HAVEN – Capitolo 14

Ascoltando la storia di Virgo, i ragazzi avevano provato emozioni contrastanti. Ora che il racconto era terminato, e che lo scorrere delle immagini si era fermato, erano frastornati. Nessuno sapeva cosa dire, né come dirlo. Dopo alcuni minuti, fu Jack a rompere il silenzio.

«Capitano, perché lei è qui?» chiese a Warden.

Il vecchio esitò per qualche istante, poi rispose.

«Quando ero bambino ascoltai la storia di un marinaio» disse. «Parlava di un posto meraviglioso pieno di tesori, al di là di ogni immaginazione. E di un potere capace di realizzare qualunque cosa.»

«La leggenda di Haven, il sogno del viaggiatore dei mari» esclamò Jack.

«Esatto» annuì Warden. «Molti sono partiti inseguendo quel sogno, e io stesso vi ho dedicato anima e corpo. Misi insieme la mia ciurma, presi il mare e viaggiai per anni alla ricerca di Haven. Ma quando lo trovai, quando Virgo mi rivelò la verità, ne fui inizialmente distrutto. Poi, capii.»

«Capì cosa?» chiese Will.

«Che la storia che udii quel giorno da quel marinaio era vera» rispose il vecchio. «Haven è un posto meraviglioso pieno di tesori straordinari. E col potere di realizzare qualunque cosa. Un potere troppo grande, troppo pericoloso per un bambino come me. Per chiunque insegua i sogni senza la forza di accettare la realtà.»

Jack tacque. Ci mise poco a rendersi conto di come stavano davvero le cose.

«È rimasto qui a fare la guardia?!» domandò, stupito.

«Io sono un pirata e lo sarò sempre» sospirò il vecchio. «Ebbi la possibilità di scegliere se riattivare o meno Haven. Scelsi la terza opzione: frammentare quella decisione in quattro pezzi, cedendola alla mia ciurma.»

«I frammenti della chiave» esclamò Will.

«Di’, Virgo. Cos’è quella chiave?» chiese l’anziano capitano.

«Chiave di accesso XY-29» rispose l’intelligenza artificiale. «Mi consente di accedere ai controlli primari della stazione Haven, di riavviare i motori, gli armamenti e i sistemi di calcolo tattico. Mi permette inoltre l’accesso alla banca dati e alla memoria strategica.»

«In pratica» osservò Will, «utilizzarla significa rendere la stazione di nuovo operativa.»

Jack rifletté per un po’, dopodichè chiese: «Virgo, cosa faresti se riattivassimo Haven?»

«Eseguirei l’ultimo ordine impartitomi.»

«Che sarebbe?»

«Trovare l’ultimo Kaiju rimasto in vita e procedere al suo totale annientamento.»

«Poco importa se muoiono milioni di persone, dico bene?» esclamò con rabbia Bonnie.

«Il mio protocollo di sicurezza prevede di portare a compimento la missione garantendo la sopravvivenza del genere umano, non dei singoli individui» disse l’intelligenza artificiale. «Solo il livello d’autorizzazione S5 del generale Cluster può modificare o annullare l’ordine.»

«E scommetto che questo generale è morto un secolo e mezzo fa» ipotizzò Will. Virgo gli diede conferma.

Dopo qualche attimo di silenzio, Warden intervenne. Chiese di avere i frammenti e Jack glieli porse. Il vecchio cominciò quindi ad assemblarli.

«Come avrete capito, riattivare o meno Haven è una decisione estremamente difficile da prendere» disse. «Io non ne fui in grado, perciò affidai il compito alla mia ciurma. Sapevo che sarebbe stato molto più semplice per ognuno di loro gestire solamente un singolo pezzo della chiave, una singola parte di scelta.»

L’anziano sospirò ancora, continuando a incastrare e unire fra loro i quattro oggetti.

«Avrebbero tenuto il frammento per loro, nascosto. Forse lo avrebbero distrutto, o forse donato a qualcuno» esclamò, completando la chiave. Poi alzò lo sguardo e fissò Jack negli occhi. «Magari a un uomo in cui riporre fiducia, speranza. Un uomo forte abbastanza da compiere questa scelta.»

Warden diede la chiave Jack e lui la tenne tra le mani. La guardò a lungo senza sapere cosa dire, forse per la prima volta nella sua vita. Ripensò a suo padre e in mente riaffiorarono, sbiaditi, i ricordi della sua infanzia.

Ricordò Hevalon e la sua tranquillità. Il vento che soffiava leggero, il mare calmo e la pace, il silenzio della notte.

Ricordò sua madre. Ricordò che era bella, più di ogni altra cosa avesse mai visto.

«Allora, figlio di Raymond» esclamò Warden, «cosa scegli di fare?»

Fu in quel momento che Virgo avvisò i presenti che all’interno di Haven erano appena entrate altre persone.

«Sono arrivati dall’ingresso sud» disse. «Si dirigono all’hangar.»

«Di chi si tratta?» chiese Will.

«Non riesco a identificarli» rispose Virgo. «Tuttavia, riconosco la loro nave. Si tratta della portaerei CVN-79, la denominazione è Uss John F. Kennedy.»

«Black» esclamò Jack, preoccupato. Poi lui, Will e Rob si precipitarono nel corridoio già percorso in precedenza, riuscendo a scorgerli da una vetrata.

Erano una decina di Junkers, capeggiati da Ragh Black in persona. Ciò che sorprese i ragazzi fu però vedere insieme a quel gruppo anche un’altra ciurma.

«David!» esclamò Jack, con un misto di rabbia e dolore nella voce.

Si trattava proprio del giovane pirata dai capelli rossi. Ad accompagnarlo c’erano Colosso, il massiccio Fisher – armato come sempre della sua mazza ferrata – e infine Valeri, una piratessa Lilian che aveva rinnegato May Hawley e che, per questo, era stata orribilmente sfigurata in volto. Dietro tutti faceva da scorta Chaki, riunitosi al suo capitano.

«Cosa facciamo, Jack?» chiese Rob.

«Non lo so.»

«Se hanno visto la Ann Mary, sanno che siamo qui» disse Will. «Dobbiamo nascondere la chiave.»

Jack era ancora disorientato. Non disse nulla e si limitò a osservare Black e David mentre si avvicinavano al gigantesco Angeal. A un certo punto, Will lo colpì sulla spalla.

«Capitano, sei con noi?» disse, e lui parve risvegliarsi.

«Sì» esclamò. «Muoviamoci.»

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HAVEN – Capitolo 13

«S-Stazione da battaglia?» balbettò Nolan, incredulo quanto i suoi compagni.

All’improvviso, una sottile striscia gialla sulla parete prese a lampeggiare. Virgo stava indicando loro un percorso.

«Se volete seguirmi, vi porterò nella sala di controllo» disse. «Il capitano Warden vi sta aspettando.»

«W-Warden?!»

Stavolta fu Jack a balbettare. Tutto ciò gli appariva incredibile.

I ragazzi decisero di seguire le indicazioni di Virgo. Durante il tragitto, tra lunghi corridoi e ripide scale, si avvicinò a loro un piccolo essere metallico di forma rettangolare. Fluttuava in aria reggendo un paio di lucidi bottoni tra quelle che sembravano due piccole braccia.

Quando lo vide, Rob si preparò ad attaccarlo. Virgo però intervenne.

«Dalle mie scansioni biomedicali, risulta che uno di voi ha i timpani perforati» constatò. «Ho pensato di porvi rimedio. Basterà inserire nelle orecchie i dispositivi auditivi che vi ha portato il mio bot.»

«Intendi questi due bottoncini?» chiese Nolan, prendendoli. Poi li diede a Rob, facendogli segno di inserirli nell’orecchio. Lo spadaccino fece quanto suggerito e, non appena i dispositivi si agganciarono ai suoi nervi, avvertì un forte dolore.

«Rob!» esclamò la sorella, preoccupata. «Stai bene?»

«Si, Bonnie» rispose lui, incredulo. «Io… ci sento. Ci sento di nuovo!»

La ciurma era sbigottita, ma felice.

«È straordinario» esclamò Jack. «Grazie, Virgo!»

«Prego» rispose la voce.

I ragazzi continuarono a seguire le indicazioni luminose di Virgo. Prima di andar via, il piccolo bot fece loro compagnia per un po’ e Nolan ne approfittò per osservarlo, nel tentativo di capire come funzionasse.

La ciurma quindi attraversò alcuni padiglioni fino a ritrovarsi in un corridoio delimitato da un’enorme vetrata, che a sua volta si affacciava su una gigantesca sala. Molti altri bot vi girovagavano entrando e uscendo da alcuni condotti. Fu lì che Jack lo vide per la prima volta.

«Un uomo» esclamò, esitando. «Un gigante di metallo.»

In effetti, quel che vide assomigliava proprio a un gigantesco uomo di metallo, per quanto alcune parti del corpo fossero distrutte. Alcuni bot erano intenti a lavorarci.

«Quello è il Dag-Mark74» disse Virgo. «Un tempo era conosciuto col nome di Angeal

Will le chiese che cosa fosse, ma la voce gli rispose che lo avrebbero scoperto più avanti. I ragazzi proseguirono per alcuni minuti finché non arrivarono a destinazione.

«Benvenuti nella sala di controllo di Haven» esclamò Virgo. Tuttavia, l’attenzione dei ragazzi era rivolta alla figura che sedeva dinanzi a loro. Un uomo anziano, denutrito e con una lunga barba grigia e arruffata.

«Lei è il capitano Warden?» domandò Jack, incredulo. «Ardyn Warden?»

L’uomo parve destarsi dal sonno.

«Raymond, sei tu?» disse. «Sei tornato.»

«Sono Edward, signore» rispose Jack. «Il figlio di Raymond.»

«Il figlio di Raymond» ripeté Warden. «Sei tu allora, colui che compirà la scelta. Hai con te la chiave?»

Jack chiese a Bonnie di recuperare i frammenti dalla sua sacca. Lei glieli porse e lui li mostrò all’anziano.

«Bene» esclamò quest’ultimo. «La mia ciurma si è fidata di te, ragazzo. Allora, che cosa scegli?»

«Temo di non capire, capitano» rispose Jack. «Cosa dovrei scegliere?»

«Come sarebbe a dire?!» replicò Warden stizzito. Provò ad alzarsi, ma non ci riuscì. Tant’era debole che prese a respirare affannosamente per lo sforzo.

«Maledizione! Non mi resta molto tempo ormai. E va bene, Virgo. Mostra loro ciò che mostrasti a me quando giunsi qui.»

«Come desidera, capitano» rispose lei.

D’un tratto, la parete alle spalle del vecchio capitano si illuminò. Su di essa, cominciarono ad apparire delle immagini che descrivevano ciò che Virgo raccontava.

«Accadde circa centocinquant’anni fa. A quel tempo, il pianeta era ricco di terra emersa, sulla quale gli esseri umani avevano prosperato edificando gloriose città. Infine, giunsero loro. Tarox, il demone dei mari. Niiro, l’ombra di fiamme. E il più terribile di tutti: Almagesto, il colosso senza volto.»

Nel vedere il susseguirsi di immagini dei tre esseri, il cuore di Jack sussultò.

«Di demoni come Tarox ce ne sono altri due?» disse, pavido.

«Nessuna delle armi convenzionali degli uomini pareva avere effetto su di loro» continuò Virgo. «Viceversa, ognuno di essi possedeva abilità difficilmente contrastabili. Il corpo di Niiro, per esempio, era ricoperto da uno strato di acido che si infiammava quando l’essere veniva sottoposto a uno stress psicofisico, raggiungendo temperature altissime e proteggendolo da qualunque attacco.»

Nel vedere quel mostro, Nolan impallidì.

«Quello non sarà mica… Trouble?!»

«Esatto» esclamò il capitano Warden. «La quinta isola non è altro che il cadavere di Niiro.»

«Allora quegli esseri si possono uccidere» constatò Will.

«Ci volle un attacco combinato tra i vari paesi del mondo» spiegò Virgo, mentre le immagini scorrevano. «Sette portaerei, settantacinque caccia, ventidue bombardieri stealth, nove sottomarini nucleari. Oltre tremila uomini. Fui io stessa a ideare e coordinare tutta l’operazione. In effetti, sono nata per questo.»

«Tu che cosa sei, Virgo?» chiese Nolan a quel punto.

«È un’intelligenza artificiale» rispose Warden. «Un cervello artefatto creato dall’uomo.»

«Fui progettata come unità strategica avanzata» continuò Virgo. «Il mio scopo era quello di pianificare attacchi contro i Kaiju, calcolando le probabilità di successo e controllando direttamente le unità militari coinvolte.»

«Kaiju? È così che si chiamano quegli esseri?» domandò Jack.

«Kaiju significa “bestia misteriosa”» rispose Virgo. «Nessuno ha mai scoperto che cosa siano quegli esseri. Avrei voluto analizzare il cadavere di Niiro, ma ha continuato a bruciare per anni anche dopo la sua morte. Inoltre, non c’era più molto tempo.»

Sugli schermi comparvero scene di devastazione e morte.

«I due esseri rimanenti stavano causando l’estinzione della razza umana» continuò l’intelligenza artificiale. «Mi resi conto che qualunque strategia era inutile. Serviva concepire un nuovo tipo di arma. Per questo progettai Haven, una stazione da battaglia mobile corazzata, invulnerabile alla maggior parte delle loro abilità e armata con le più moderne risorse militari.»

«In sostanza, ci stai dicendo che Haven è una nave?» chiese Jaime.

«Si» rispose Virgo. «Una nave da combattimento.»

«Ed è questo il motivo per cui ho separato i frammenti della chiave» esclamò il capitano Warden.

«A disattivare Haven fu il dottor Hojo, il mio creatore» spiegò Virgo. «Rimosse la chiave e spense le unità da battaglia poco prima di togliersi la vita.»

«Cosa?» domandò Jack, incredulo. «Perché mai avrebbe fatto una cosa del genere?»

«Perché Virgo ha utilizzato Haven per distruggere il mondo» esclamò ringhiando il capitano Warden. «Lei lo ha trasformato nella desolante distesa d’acqua che è oggi.»

«Era necessario» esclamò Virgo. Le immagini mostrarono quindi un colossale umanoide senza volto che combatteva contro un altrettanto enorme titano di metallo. «Il Dag-Mark74 fu la mia ultima creazione, ma da solo non poteva competere col potere di distorcere lo spazio di Almagesto. Fu così che lanciai una serie di bombardamenti a impulsi elettromagnetici insieme a un massiccio attacco nucleare nella stratosfera. Questo squarciò il campo magnetico terrestre e privò per qualche istante il Kaiju delle sue capacità, creando quindi un’occasione irripetibile che Angeal sfruttò immediatamente. Una strategia perfetta, che tuttavia comportò inevitabilmente l’inversione dei poli magnetici, lo scioglimento dei ghiacci e l’inondazione delle terre emerse.»

Dopo aver ascoltato la verità e visto quelle immagini, i ragazzi non poterono far altro che rimanere in silenzio, sconvolti. A un certo punto, Bonnie cadde a terra in ginocchio.

«Tu hai distrutto il mondo» mormorò.

«Come ho detto, era necessario» rispose Virgo. «Non esisteva altro modo per evitare l’estinzione. In questo modo, la razza umana è sopravvissuta. All’interno di Haven. E tutti voi non siete altro che gli eredi di quei sopravvissuti.»

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HAVEN – Capitolo 12

Dopo giorni di viaggio tranquillo e vento favorevole, Jack e la sua ciurma avvistarono un’enorme massa temporalesca all’orizzonte.

«Ci siamo» esclamò Will. «Quello è il Mare dei Mostri.»

Nessuno sapeva il perché, ma quel tratto di mare era perennemente avvolto da tempeste. Pochissimi erano in grado di navigare in quelle acque, e ancora meno riuscivano a tornare per raccontarlo. Inoltre, mentre sulla superficie imperversavano terribili fortunali, nelle profondità del mare nidificavano indisturbati i mostri del mare. Secondo Nolan, il motivo era da ricercare nel fatto che le nubi oscuravano la luce del sole, rendendo l’acqua buia e fredda, ideale per la proliferazione di quelle creature.

Proseguendo, la ciurma incrociò i resti di un villaggio sul mare.

«Dev’essere Traville» disse Jack, indicandolo.

Del maestoso eppur degradato villaggio non rimaneva molto. Per lo più rottami ed edifici semi inabissati. I ragazzi vi si fermarono per una mezz’ora in cerca di qualcosa che potesse essere loro utile ma, a eccezione di qualche cima, non trovarono molto. Tuttavia, quella sosta fu utile per prepararsi mentalmente alla fase successiva del viaggio.

Infatti, dopo essere entrati nel Mare dei Mostri, la loro situazione non fece che peggiorare di ora in ora. Will mantenne la rotta a fatica. A un certo punto perse completamente il senso della direzione e si preoccupò solamente di affrontare un’onda dopo l’altra evitando che la nave si ribaltasse. Se fosse accaduto, sarebbero stati preda delle creature che seguivano l’imbarcazione, quasi come se la stessero scortando verso una fine inevitabile. Di tanto in tanto alcune di esse impattavano contro lo scafo, facendolo traballare. Quando poi i ragazzi videro a cosa stavano per andar incontro, quasi persero le speranze: fendendo l’oscurità, il bagliore dei fulmini illuminò due gigantesche trombe d’aria e acqua che imperversavano a poca distanza dalla Ann Mary, simili a divinità distruttici.

«È finita» esclamò Rob dinanzi a quello spettacolo.

Nessuno seppe realmente come, ma il mattino seguente la Ann Mary e il suo equipaggio si erano lasciati quel mare alle spalle.

La ciurma era distrutta sia nel corpo che nella mente, la nave aveva perso la randa e le cabine erano quasi del tutto allagate. C’era un buco nello scafo, le loro provviste e la maggior parte degli strumenti di bordo erano andati perduti. Ciononostante, avevano superato il Mare dei Mostri.

Ci vollero due giorni per pompare l’acqua fuori bordo e provvedere alle riparazioni. Sostituirono la randa con una vela di scorta che dovettero ritagliare e adattare. Ripararono alla buona il buco, ma secondo Jaime quella toppa improvvisata non avrebbe resistito per molto.

«Un’altra tempesta, e la nave si spaccherà in due» sentenziò la ragazza.

Comunque, non avevano altre alternative se non quella di proseguire.

Ripartirono, viaggiando a velocità ridotta e fermandosi spesso per riposare e pescare. A un certo punto, cominciarono a sentir freddo e decisero di indossare le tute donate loro da Sora.

«Siamo entrati negli Oceani Oscuri» esclamò Will. «Ci attendono acque desolate, morte.»

«Speriamo solo che la meta sia vicina» rispose Jack guardando la bussola.

Viaggiarono per altri quattro giorni. Il vento era debolissimo, il silenzio assordante. Non v’era traccia di pesci o forme di vita di alcun tipo.

Improvvisamente, Jack avvistò una montagna che sembrava scintillare alla luce del sole. Si domandò che cosa fosse.

«Ghiaccio» esclamò Nolan: «È un enorme pezzo di ghiaccio!»

Fu in quel momento che avvertirono un rumore, un ronzio. Poi, lo videro: uno strano apparecchio simile a un uccello volò sulla loro nave e vi girò attorno un paio di volte, per poi sparire all’orizzonte.

«Sbaglio o quella specie di gabbiano era di metallo?» chiese Rob.

«Dove siamo capitati?» esclamò Jaime.

La bussola indicava ancora una direzione da seguire, così poco dopo la nave ripartì. A causa del freddo e della mancanza di viveri, i tre giorni successivi furono particolarmente duri. Quando accadde, si accorsero a stento che la nave, ormai lenta e traballante, aveva urtato una struttura metallica.

Nel vederla, Jack rimase basito. Si trattava di un’enorme cupola di metallo, grande al punto che quando la ciurma provò a circumnavigarla, quasi non riuscì a vederne la fine.

«Guardate» esclamò Rob a un certo punto, indicando una scala. «Forse lì c’è un ingresso.»

Will e Jaime ancorarono la nave alla struttura e la ciurma sbarcò, arrampicandosi sulla scala di metallo fino ad arrivare su una piattaforma. Lì si imbatterono in una porta stagna con una grossa maniglia circolare. Ci volle tutta la forza di Rob e di Will per aprirla. Una volta entrati all’interno della struttura, la porta si richiuse da sola, sbattendo pesantemente alle loro spalle. E furono al buio.

Jack mosse un passo in avanti e, di colpo, si accesero delle luci gialle. Si trovavano nel mezzo di un lungo corridoio circolare.

«Che posto è mai questo?» esclamò Bonnie.

Subito dopo, delle parole incomprensibili riecheggiarono per tutta la struttura.

«Riconoscimento voce completato» pronunciò poi la stessa voce femminile.

«Chi sei?» chiese timidamente Jack.

«Il mio nome è Virgo, piacere di conoscervi.»

«Il piacere è nostro» rispose il capitano guardandosi intorno. «Ma… dove sei?»

«Ovunque» disse la voce. «Sono colei che controlla questa base.»

I ragazzi tacquero, piuttosto confusi da quanto stava accadendo. Poi, Will interruppe il silenzio.

«Virgo, che cos’è questo posto?»

«Questa è la stazione da battaglia Haven» rispose lei. «Benvenuti.»

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HAVEN – Capitolo 11

Jack e Bonnie diedero fondo a tutte le loro energie per fuggire, affrettandosi tra le palafitte in direzione del molo. Jack sorrideva soddisfatto, Bonnie invece aveva un’aria infastidita.

«Perché sei intervenuto?» chiese. «Avevamo un piano nel caso in cui fossi stata catturata, no?»

«È che m’era venuta voglia di conoscere il capitano delle Lilian» rispose divertito Jack. «E devo ammettere che far saltare in aria quel suo brutto muso è stata un’improvvisata davvero soddisfacente!»

«Ma così come faremo a recuperare la freccia?»

«Come sarebbe? Vuoi dire che non l’hai presa?!»

Nel frattempo May Hawley, ferita e furibonda, si era lanciata all’inseguimento dei due insieme alle sue piratesse. Era riuscita a sputare la granata e ad allontanarsi abbastanza da non riportare gravi ferite. L’arma, forse a causa dell’usura del tempo, si era rivelata meno potente del previsto, pur causando numerosi danni superficiali.

All’interno del Taidon erano rimasti solamente Cohm e i suoi uomini, frastornati ma tutti interi. Will capì che quello era il momento giusto. Mentre Rob si avventava sui cacciatori di pirati, lui si parò davanti a Cohm.

«Salve, padrone» gli disse, estraendo il fucile. «Ti ricordi di me?»

«Tu, maledetto!» esclamò il reggente, tirando fuori dalla cintola una pistola. Will però fu abbastanza veloce da colpirlo in volto col calcio del fucile e disarmarlo.

«Niente scherzi con me, porco schifoso.»

«Altrimenti che farai? Mi ucciderai come hai ucciso il mio socio?»

Will restò per un istante in silenzio, guardandolo negli occhi. «La vendetta non mi ridarà Sofia, questo il mio capitano me l’ha fatto capire chiaramente.»

Gli strappò la freccia dal collo e gli puntò il fucile sui genitali.

«Tuttavia» disse, sorridendo in maniera inquietante, «non ti permetterò di far del male più a nessuno.»

Will fece fuoco. Le urla di Cohm riempirono la stanza fino a che il grasso reggente non perse i sensi per lo shock. Nel frattempo, Rob aveva messo al tappeto i cacciatori. Avevano la freccia, la via era libera.

I due pirati uscirono dall’ingresso principale e si affrettarono a raggiungere i loro compagni.

Intanto, Jack e Bonnie non se la passavano tanto bene. Seminare le feroci piratesse non era affatto semplice. Erano delle ottime tiratrici con l’arco, e a corto raggio erano altrettanto pericolose con coltelli e alabarde. Alcune di loro possedevano persino armi da fuoco, il che rese la loro fuga ancora più difficoltosa.

D’un tratto, i due furono tirati all’interno di un edificio da Sora. La donna li aiutò a scappare attraverso alcune abitazioni.

«Passate attraverso quel bordello abbandonato» disse loro, indicando un edificio. «Seguite il pontile. Se non l’hanno già chiuso, vedrete il molo poco più avanti.»

«Grazie Sora» esclamò Jack.

«Sparisci, moccioso pestifero!» rispose la donna, e lui e Bonnie non se lo fecero ripetere due volte. Sfortunatamente, arrivarono al molo nello stesso momento in cui giunsero le Lilian, che si frapposero fra loro e la Ann Mary. Jack cercò di guadagnare tempo con qualche battuta.

«Ti scuoierò e appenderò la tua testa su una picca» fu la risposta di May Hawley.

Tuttavia, le piratesse non avevano considerato che sulla nave potessero esserci anche altre persone, e questo fece venire un’idea a Jack.

«Jaime!» gridò: «Ti ricordi che bello spettacolo il giorno in cui ci siamo conosciuti?»

Dalla nave non ci fu risposta ma, poco dopo, dal ponte partì un piccolo razzo che volò fin su nel cielo ed esplose, irradiando una luce forte e ricca di colori.

Il diversivo distrasse le Lilian abbastanza da permettere a Bonnie di raggiungere la nave. Non a Jack, che fu afferrato per la maglia da Hawley.

«I tuoi trucchetti non funzionano con me, Jackson!» urlò la donna. In quel preciso istante, sopraggiunse Rob. La sua lama scintillante piombò sul braccio della piratessa come un fulmine, amputandolo di netto. Poi, inseguiti dalle grida della pirata, lo spadaccino e il suo capitano salirono sulla nave.

Will sopraggiunse un attimo dopo. Sparò alla corda che legava la Ann Mary al molo e si aggrappò alla nave facendo perno col piede sul pontile. Così, l’imbarcazione si allontanò abbastanza da essere irraggiungibile dalla terra ferma. Nolan e Jaime uscirono allo scoperto e si affrettarono a issare le vele, mentre le piratesse soccorrevano il loro capitano.

«Fermateli!» gridò la donna. Gli arcieri cominciarono a scagliare le loro frecce, senza però causare danni considerevoli.

Quando i ragazzi raggiunsero il largo, si accorsero che una flotta di circa sette navi era partita dall’isola al loro inseguimento.

«Ciurma, lo so che l’idea non vi piace» esclamò Jack, «ma dobbiamo spegnere le lanterne e renderci invisibili.»

«Non c’è bisogno, capitano» gli disse Jaime. «Quelle bagnarole non raggiungeranno mai questa nave. Fidati di me.»

Jack esitò, ma alla fine decise di fidarsi. Dopotutto, conosceva bene il talento di Jaime nel riconoscere la qualità e le prestazioni delle navi. Quella ragazzina aveva un dono naturale ben più che all’altezza della decennale esperienza dei carpentieri di Talk. E a dimostrazione di ciò, in poco meno di mezza nottata, la Ann Mary seminò tutti gli inseguitori.

«Visto?» esclamò soddisfatta la giovane.

«Sei sempre la migliore, Jaime» le disse il capitano. «Anche il tuo razzo è stato fantastico, ci ha salvato.»

«Bello, eh?» sorrise lei. «Lo sto perfezionando. La prossima volta, esplodendo disegnerà un gigantesco fiore colorato!»

Era stato proprio uno di quei razzi che aveva attirato Jack verso la casa di Jaime, tempo prima. Dopo aver causato il panico tra gli abitanti dell’isola, la giovane era stata circondata e quasi aggredita da alcuni di loro. A tirarla fuori dai guai era stato proprio Jack, che così l’aveva conosciuta. Venuto a sapere del suo straordinario talento, le aveva commissionato una nave senza pensarci due volte. Lei l’aveva realizzata in poco meno di tre settimane insieme a Dom, il suo anziano tutore. Un uomo gentile, un artigiano esperto nonchè un buon maestro.

La Ann Mary era una delle navi più veloci del suo tempo. Attratta dal carisma di Jack, Jaime aveva lavorato giorno e notte con enorme dedizione per realizzarla. Per questo aveva deciso di darle il nome di sua madre, morta quando lei era ancora piccola.

Dopo essersi allontanata da Paradise e aver seminato gli inseguitori, quella nave si apprestava ora a compiere il viaggio più pericoloso che avesse mai affrontato.

«Dobbiamo navigare a nord di Yellow?» domandò Bonnie con stupore. «Nel Mare dei Mostri?»

«Da quelle parti inoltre non c’è Traville, il covo dei Junkers?» chiese Nolan, preoccupato.

«Di Black e dei suoi non dobbiamo preoccuparci» rispose Jack. «Il villaggio galleggiante di Traville è stato smantellato da quando i Junkers hanno preso Clocks. È quella la loro base, ora.»

«Secondo le indicazioni di Sora» spiegò Will «dobbiamo superare il Mare dei Mostri e le tempeste perenni che infuriano in quella zona.»

«Non sarà facile» continuò Jack, «ma una volta oltrepassato quel tratto di mare, ci ritroveremo negli Oceani Oscuri.»

«Black avrà solcato quelle acque molte volte senza mai trovare nulla» obiettò Bonnie.

«Ma lui non aveva questa» esclamò Jack, mostrando all’equipaggio un piccolo oggetto rotondo.

«Ma… quella è una bussola!» esclamò Nolan con entusiasmo: «È funzionante?»

«Secondo Sora, ci indicherà la strada da seguire una volta raggiunti gli Oceani Oscuri» concluse Jack. «Allora, partiamo?»

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HAVEN – Capitolo 10

Il mare era piatto, il tramonto perfetto. Paradise era lontana, a malapena visibile. La Ann Mary ferma sull’acqua, la ciurma radunata sul ponte.

«L’ultimo pezzo della chiave per Haven è al collo di un uomo che arriverà su Paradise domani mattina» spiegò Jack. «Noi glielo ruberemo domani sera.»

«Nel frattempo rimaniamo qui?» chiese Jaime, e il capitano fece cenno di sì col capo.

«Capitano, la signora del Bean…» cominciò col dire Nolan, impacciato. Jack lo interruppe.

«Sì, doc. Sora era un membro della ciurma di Warden» disse. «Loro hanno trovato Haven; ma, prima che me lo chiediate, la risposta è no.»

«Sei sempre il solito» intervenne Bonnie. «Avresti potuto domandarle qualunque cosa, e invece hai scelto di affrontare quest’avventura senza la benchè minima indicazione».

«Veramente» esclamò Will, «le abbiamo chiesto di rivelarci tutto, ma non ha voluto. Non c’è stato modo.»

Per qualche secondo la ciurma rimase in silenzio. Rob, vedendo le loro espressioni deluse, capì e cominciò a ridere fragorosamente.

«Andiamo avanti senza fermarci, ragazzi» disse, e Will gli diede una pacca sulla spalla.

«Lasciate che vi spieghi come stanno le cose» esclamò il capitano. «Stiamo per creare un bel po’ di casino, quindi sarà meglio farlo per bene.»

Il frammento a forma di freccia era stato dato a Sora dal capitano Warden in persona. Tuttavia, quell’oggetto era per lei una reliquia difficile da gestire. Così, aveva deciso di darlo via in uno scambio con un mercante dell’associazione, spacciandolo per un manufatto di poco valore. Sperava che, una volta messo in circolo, sarebbe finito chissà dove e sarebbe stato introvabile per chiunque.

A volte però, le coincidenze della vita permettono il verificarsi di eventi davvero improbabili. Quel mercante, colpito dallo scintillio della freccia e dalle particolari rune incisevi sopra, aveva deciso di farne un pendaglio e l’aveva tenuta per sé. Qualche tempo dopo, lui e il suo socio si erano recati su Yellow e, una sera, la loro strada aveva incrociato quella della giovane e bella figlia di un contadino locale. Gli eventi che ne erano seguiti avevano portato alla morte del socio, alla fuga di uno schiavo e alla presa di potere del mercante.

«Cohm, membro di spicco dell’associazione dei mercanti e attuale reggente di Yellow, è il nostro bersaglio» esclamò Jack.

«Un reggente che lascia la propria isola?» domandò Nolan incredulo.

«Viene qui spesso, a quanto pare» rispose il capitano. «È un uomo molto potente, al punto da tenere sotto scacco l’oligarchia di Yellow. Tuttavia è debole al vizio.»

«In pratica mentre i cani fanno la guardia, il padrone se ne va in giro a fare il maiale» esclamò Bonnie, con espressione disgustata. «E gli abitanti della sua isola non ne sanno nulla.»

«Più o meno è così» disse Jack. «Ora, ecco cosa faremo.»

Il capitano spiegò la strategia che aveva ideato per recuperare la freccia.

A cena i ragazzi definirono i dettagli, poi andarono a letto. Will però non riuscì a prender sonno. Perciò, a un certo punto, decise di alzarsi per prendere una boccata d’aria. Si appoggiò alla battagliola e cominciò a guardare le stelle. Non c’erano nuvole, solo il luccichio degli astri lontani e il candore della luna.

«Guardi sempre il cielo, amico mio» gli disse Jack, raggiungendolo. Nemmeno lui era riuscito a prendere sonno.

«Invece io non posso fare a meno di guardare il mare» continuò, indicando l’oceano. Quella notte le acque erano straordinariamente calme. Limpide e cristalline, riflettevano la luce del cielo notturno come uno specchio. Per un attimo, ai due pirati sembrò che la loro nave fosse sospesa nel firmamento e che potesse solcare la volta celeste da un momento all’altro, svelandone i misteri.

«Che notte fantastica» sospirò Jack.

«Si, lo è proprio» concordò Will.

I due rimasero per un po’ in silenzio a godersi il momento. Jack sapeva che l’idea di rivedere Cohm metteva il suo compagno a disagio, così decise di raccontargli una storia.

«Non ti ho mai parlato» esclamò a un certo punto, «di come l’ho incontrata.»

Will rimase in silenzio ad ascoltarlo.

«Io e David abbiamo sempre desiderato partire e vivere per mare» raccontò il capitano. «La distruzione di Hevalon ci aveva mostrato quanto grande fosse il mondo. Cam Sawaki invece ci aveva insegnato che la volontà rende gli uomini capaci di superare qualunque ostacolo.»

Jack e David erano partiti una notte come quella dal porto di Talk, pronti a vivere avventure di ogni genere.

«I primi due mesi furono straordinariamente difficili» continuò il giovane. «Fortunatamente, David si dimostrò un marinaio eccezionale.»

«Tu sai a malapena nuotare» intervenne Will ridendo.

Jack annuì sorridendo, poi proseguì: «Durante una tempesta, avvistammo una nave in lontananza. Era stata data alle fiamme e pareva non si fosse salvato nessuno. Stavamo per andarcene, quando a un certo punto la vedemmo».

Aggrappata a un barile, esausta, i due avevano scorto una giovane donna di colore. L’avevano salvata e rifocillata.

«Elena» esclamò Will.

«La sua nave era stata attaccata, lei si era salvata per miracolo e aveva perso tutto» disse Jack. «Ma era una donna forte. Persino in un momento del genere riusciva a sorridere, a vedere il lato positivo. A essere ottimista.»

«Doveva essere straordinaria.»

«Io e David ce ne innamorammo. Le chiedemmo di unirsi a noi e lei accettò.»

I tre avevano viaggiato insieme per un po’ e tra loro s’era creato un legame molto forte. Fino a che, un giorno, erano sbarcati su Yellow e lì David aveva preso una decisione.

«Mi disse che l’avrebbe sposata e che avrebbe vissuto una vita tranquilla sull’isola» raccontò Jack. «Che dal primo momento in cui l’aveva vista non aveva desiderato altro.»

«Immagino tu non l’abbia presa molto bene, vero?» chiese Will.

Il compagno annuì e poi rispose: «La verità è che anche io ero innamorato di Elena, ma amavo di più viaggiare per mare. Quando capii che David aveva deciso di rinunciare a tutto per stare con lei, mi resi conto che non aveva più bisogno di cercare la felicità per mare insieme a me. L’aveva trovata in quella persona. E allora non potei far altro che accettarlo.»

Tuttavia, poco dopo era accaduto qualcosa di terribile. Una cospirazione, frutto delle ambizioni di alcuni cacciatori di pirati e parte dell’oligarchia di Yellow, aveva condotto sull’isola una nota banda di pirati. L’obiettivo era creare caos, e approfittarne per tentare un colpo di stato. Così, decine di farabutti si erano riversati nelle strade appiccando incendi, razziando beni e provviste. Un gruppo di loro aveva notato una piccola pensione fuori mano. Dentro c’erano Jack ed Elena.

«Non ne fui in grado» esclamò Jack con occhi lucidi. «Ci provai con tutto me stesso, ma non riuscii a salvarla. E se non fossi arrivato tu, Will, sarei morto anche io.»

I due rimasero per qualche secondo in silenzio.

«Sai, a dire il vero non so proprio cosa mi spinse a intervenire in quel momento» esclamò Will. «Essere uno schiavo mi aveva trasformato nell’ombra di me stesso. Non provavo nulla, non sentivo più niente.»

«Lo facesti perché avevi una disperata voglia di tornare a vivere, e di lasciarti il passato alle spalle» disse Jack mettendogli una mano sulla spalla. «Perché sei una persona buona. Perché sei forte. E l’unica cosa che può fermarti sei tu stesso.»

Will non aveva mai avuto una grande stima di sé e anche quella notte faceva fatica a credere in sé stesso. Ciononostante, aveva deciso di credere nel suo capitano e quelle parole non fecero altro che ricordarglielo.

«Grazie» disse sorridendo, e Jack ricambiò il sorriso. Poi tornò ad ammirare il mare.

«Anche nei momenti peggiori, lei rideva» ricordò. «Era ottimista, guardava sempre al futuro. Per questo, dopo la sua morte, e dopo ciò che fece David, decisi che ti avrei liberato a qualunque costo per portarti con me e proseguire il mio viaggio.»

Il capitano stiracchiò le braccia e si allontanò, dicendo che sarebbe andato a dormire. Prima di entrare in cabina, gli rivolse un ultimo sguardo.

«Sono partito da Talk con un amico. Ci sono ritornato con un fratello» disse. «E poi Bonnie, Robbie, la piccola Jaime e questa bellissima nave che ha costruito per noi. E Nolan. Voi tutti siete divenuti la famiglia che ho sempre desiderato.»

Il mattino seguente, così come da indicazione di Sora, la nave di Cohm sbarcò su Paradise. Insieme a lui c’erano alcuni cacciatori di pirati a fare da scorta. Durante il giorno, il mercante incontrò le Lilian per trattare la compravendita di schiavi. Nel pomeriggio invece, lui e il suo seguito si recarono al Taidon, il locale gestito direttamente dal capitano delle piratesse, la terribile May Hawley.

Durante quella serata nessuno si accorse che tra le cameriere c’era anche Bonnie, infiltratasi grazie a un contatto di Sora. Il suo compito era semplice: aspettare che tutti fossero abbastanza ubriachi da rubare la freccia indisturbata, per poi fuggire passando tra le palafitte insieme a Rob e Will, che l’aspettavano nascosti proprio sotto al locale.

Dopo una lunga attesa però, i due ragazzi decisero di affacciarsi a una delle finestre, preoccupati. Videro la loro compagna incatenata vicino al trono sulla quale sedeva May Hawley.

«Sei stata brava, hai fatto un solo errore» disse quest’ultima. «Per quanto io beva, non mi ubriaco mai.»

«Ma il tuo alito puzza lo stesso come un cadavere putrefatto» le rispose Bonnie, prendendosi in tutta risposta un violento schiaffo.

«Mi divertirò un sacco con te» esclamò soddisfatta Hawley.

Rob fu tentato dall’intervenire, ma Will lo tenne a bada. Oltre a un nutrito gruppo di piratesse, nella stanza c’erano anche Cohm e i suoi cacciatori.

«Non è il momento per colpi di testa» osservò Will. Ma fu proprio in quel momento che la porta del locale si aprì, e Jack fece il suo ingresso.

«Buonasera, signori e signore» esclamò spavaldo. «È qui la festa?»

Immediatamente le piratesse e i cacciatori si alzarono in piedi e lo circondarono, ma prima che potessero mettergli le mani addosso lui tirò fuori dalla tasca una sfera di metallo.

«Piano, piano. Lo sapete cosa è questa?» domandò.

Per un istante, l’intera sala ammutolì e tutti rimasero fermi. Poi Hawley ordinò al personale del locale di andare via.

«Dove l’hai presa quella?» esclamò, osservando Jack palleggiare con quello strano oggetto. Si trattava di un’arma, una granata risalente all’epoca precedente.

«La tenevo da parte proprio in occasione del nostro incontro, May Hawley» rispose il ragazzo. «Devo dire che le leggende sul tuo conto non ti rendono giustizia. Sei veramente brutta.»

«Credi forse che ti lascerò andar via dalla mia isola, pidocchio?!»

«Comincia col liberare la mia compagna.»

Dopo aver esitato abbastanza, Hawley decise di liberare Bonnie dalle catene e la accompagnò personalmente vicino a Jack.

«Te ne farò pentire, Jackson!» disse sputando la donna.

«Non credo proprio» replicò Jack. Poi tolse la sicura alla granata e la spinse in bocca alla piratessa. «Addio!»

Prese Bonnie per mano e uscì di corsa dal locale. Pochi secondi dopo, la granata esplose.

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HAVEN – Capitolo 9

Jack e Chaki erano già agganciati all’aliante quando Nolan avanzò con insistenza le proprie obiezioni. Sapeva bene che il ragazzino era un terribile nemico – e ne aveva di certo paura – ma lo considerava un proprio paziente. Sapere che stava andando incontro a morte certa, dopo che aveva passato gli ultimi giorni a prendersene cura e a tamponare i terribili effetti dell’acqua nera, gli causava non pochi dilemmi morali.

«Poche storie, doc» replicò Jack. «Siamo pirati, l’etica non è il nostro forte.»

In quel momento Will liberò l’aliante. La velocità della nave fece gonfiare rapidamente la vela e quando l’apparecchio raggiunse la quota giusta, Jack sganciò la corda che lo teneva legato all’imbarcazione. Lui e Chaki erano ora in volo verso Caradas.

Jack chiese al ragazzino come si sentisse. Lui non riuscì a rispondere. Era di certo debole per lo stress fisico dovuto ai postumi dell’acqua nera, ma al contempo il suo corpo era inondato da una scarica di adrenalina. In verità, era spaventato a morte dall’altezza vertiginosa.

«Guarda, la prigione è lì» disse Jack indicando la struttura.

Si erano avvicinati molto quando l’aliante cominciò a planare a grande velocità. Chaki cominciò a gridare, Jack a ridere a crepapelle. Erano quasi arrivati al molo situato di fronte l’ingresso di Caradas quando l’aliante riprese quota di colpo, superandolo.

«Allora piccoletto, che cosa hai intenzione di fare?» domandò Jack. «Ti lascio qui o preferisci continuare il tuo viaggio?»

Mentre l’apparecchio compiva una ripida virata, le guardie della prigione cominciarono a puntare le loro armi contro di esso. Un paio di loro fecero fuoco, a vuoto.

«Non abbiamo molto tempo» insisté Jack. «Il mare mi aspetta. È bellissimo, non trovi?»

Chaki posò lo sguardo sul vasto oceano e sullo scintillio dell’acqua che risplendeva della luce del sole. Per un istante, la sua mente provata dai giorni di sofferenza dimenticò tutto il dolore.

«Io voglio vivere!» gridò.

«E sia!» rispose Jack. Poi si diresse verso la Ann Mary e, dopo un non semplice atterraggio, i due si riunirono al resto della ciurma.

«Visto, Nolan?» disse il capitano al dottore, che nel rivederli sulla nave aveva tirato un sospiro di sollievo. «Ai pirati piace essere liberi.»

Da quel momento il viaggio proseguì senza intoppi. Seppur libero di gironzolare per la nave, Chaki non diede mai alcun problema. Rob e Bonnie lo sorvegliarono comunque tutto il tempo, ma lui non diede noie nemmeno quando avvistarono Paradise.

Si trattava di un’isola quasi del tutto pianeggiante; in buona sostanza, una distesa di sabbia e palme, protetta da una serie di secche che fungevano da barriera tra essa e la forza del mare. Nonostante questo, quando c’era burrasca, l’acqua allagava gran parte dell’isola. Per questo non esistevano strade e tutte le abitazioni erano state costruite su delle palafitte ed erano collegate tra loro da solidi pontili.

«È da un po’ che non veniamo qui, eh?» esclamò Will ormeggiando la nave. «Chissà come sta Sora.»

«Ma soprattutto, le ragazze del Bean avranno sentito la mia mancanza?» disse Jack.

Paradise era stata scoperta da un gruppo di donne, le piratesse Lilian, famose per la loro crudeltà, la straordinaria abilità in battaglia e – soprattutto – il possesso di numerose schiave sessuali. In un primo momento, l’isola era divenuta il loro covo. In seguito ad alcuni accordi con mercanti e schiavisti, era stata trasformata in un’enorme città bordello, sede di numerosi locali e osterie dove bere, mangiare e approfittare dei servizi offerti dalle bellissime ragazze del luogo. Chiunque era ben accetto sull’isola, purché rispettasse due regole: pagare sempre il conto senza creare problemi e non infastidire per nessun motivo le piratesse. In caso contrario, i colpevoli avrebbero verificato di persona la leggenda secondo cui esse collezionassero gli organi genitali dei propri nemici e ne facessero collane e ninnoli per le proprie navi.

«Eccoci qua» esclamò Jack dinanzi all’insegna del Bean, il locale gestito da Sora.

«Dobbiamo proprio entrare qui?» chiese timidamente Nolan. In effetti, durante il tragitto sull’isola, non poche ragazze gli avevano lanciato diverse occhiate e baci. In tutta risposta, Nolan era arrossito e aveva rivolto lo sguardo a terra, imbarazzato al punto da provare disagio.

«Tranquillo, ti tengo la mano» gli disse Jaime ridendo. Ma lui la prese sul serio, le strinse la mano e la ringraziò.

All’interno, il locale era colmo di ragazze splendide e seminude. La maggior parte salutò Jack chiamandolo per nome. Alcune di esse lo abbracciarono e gli tastarono il sedere. Lui non oppose particolare resistenza, e anzi ricambiò la cortesia.

Dopo poco fece la sua comparsa Sora, la proprietaria. Nonostante i suoi quarant’anni, era ancora una donna molto attraente.

«Edward Jackson» esclamò, avvicinandosi a Jack. Lui la salutò con un baciò sulla guancia.

«Il tempo scorre alla rovescia per te, Sora» disse. «Sei splendida.»

«Lo so bene, ma la bellezza non paga i conti» ribatté lei. «E nemmeno tu. A quanto ricordo, mi devi un bel po’. È per questo che sei qui, vero?»

Jack fece un sorriso e le chiese di andare a parlare in un luogo appartato. Sora condusse lui e Will nella sua stanza privata, mentre Nolan, Jaime e Bonnie rimasero nella sala principale in compagnia delle ragazze. Rob invece rimase fuori a guardia di Chaki.

Non appena lui, Sora e Will furono soli, Jack andò subito al sodo.

«Sto cercando Haven» disse. «Benjamin mi ha detto che tu possiedi uno dei frammenti della chiave.»

«Sei uno sconsiderato, ragazzo. Proprio come tuo padre» rispose secca la donna. «Cosa credi che sia Haven?»

«Non ne ho idea, ma è proprio questo il bello.»

«Lady Sora, anche lei era nella ciurma del capitano Warden» disse Will. «Voi l’avete trovato, non è così?»

La donna sospirò e rimase qualche istante in silenzio. Poi rispose: «Sì, lo abbiamo trovato.»

I tre continuarono a conversare ancora per una quindicina di minuti, poi Jack e Will lasciarono la stanza e tornano nella sala principale. A quel punto, si trovarono davanti uno spettacolo interessante: Nolan, chiaramente ubriaco, era steso su uno dei divanetti circondato dalla morsa delle ragazze del Bean. Bonnie era invece vicina al bancone e alternava grossi sorsi d’alcol ad appassionati baci con una giovane e formosa cameriera. Infine, Jaime era stata convinta dalle ballerine del locale a provare i loro provocanti abiti.

«Che bella la nostra ciurma, eh?» esclamò Jack con soddisfazione.

«Se lo dici tu» rispose Will, poco convinto.

Ci mise un po’, ma alla fine il capitano riuscì a radunare tutti e a uscire dal locale. La ciurma consegnò poi Chaki a Sora.

«David verrà su quest’isola, prima o poi» disse Jack al ragazzino. «Nel frattempo lavorerai per la proprietaria del Bean. Ti consiglio di fare il bravo perché, in caso contrario, se non ti ammazza lei lo faranno certamente le Lilian.»

Il giovane tenne il capo basso. Avrebbe seguito quel consiglio.

«Ah, e rifletti su ciò che ti ho detto» aggiunse il capitano. Poi salutò Sora con un bacio, dicendole di metter tutte le spese della ciurma sul suo conto.

«Certo, come no» rispose con ironia la donna.

I ragazzi si diressero quindi verso il centro dell’isola, presso un rigattiere. Jack fece il nome di Sora e chiese di ritirare un certo articolo.

«Tute termiche? E che sarebbero?» chiese Jaime.

«Abiti per tenerci caldi» rispose Will.

«E a che ci servono? Fa sempre caldo in mare» obbiettò la ragazza.

«Non dove stiamo per recarci» sottolineò il navigatore.

Il rigattiere diede loro quelle particolari vesti dicendo che Sora gliele aveva affidate tempo prima e che non sapeva dove la donna le avesse prese.

Nessuno dei membri della ciurma aveva mai visto nulla di simile. Le tute portavano alcune lettere incise sul petto, all’altezza del cuore. In pochissimi erano in grado di capirle, quindi nessuno ci aveva mai fatto caso. Tuttavia Nolan, ancora leggermente brillo, non poté far a meno di leggerle ad alta voce.

«Haven, settore C.»

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HAVEN – Capitolo 8

Dopo aver perlustrato da cima a fondo l’isola, il gruppo tornò sulla nave e attese sotto coperta che il mare disincagliasse l’imbarcazione. Seduti a cena, discussero delle scoperte fatte quella notte.

«Non credevo che esistessero altri esseri del genere» disse Jack. «Demoni del mare.»

«Pensi che quello sia della stessa razza di Tarox?» chiese Will.

«A dire il vero» intervenne Nolan mostrando il disegno che aveva appena terminato, «a giudicare dallo scheletro, la sua fisionomia doveva essere molto diversa.»

Jack aveva sempre descritto Tarox come una balena dalle fattezze mostruose. Il disegno del dottore invece somigliava più a un serpente alato.

«Non so che dirvi, ragazzi» esclamò il capitano, mostrando a tutti la croce trovata nel sottomarino. «So solo che oggi ci siamo avvicinati un po’ di più a Haven.»

Il mattino seguente la marea si alzò e la nave riprese a galleggiare. I ragazzi avevano appena terminato di spiegare le vele quando l’ultimo osso della creatura si inabissò. Non si aspettavano però di trovarsi dinanzi un nuovo ostacolo: una nave.

«Junkers!» esclamò Jack.

Erano in cinque a bordo di una piccola imbarcazione, la stessa che qualche giorno prima li aveva seguiti. A giudicare dai danni allo scafo, anche loro avevano probabilmente navigato di notte a luci spente e si erano imbattuti nei mostri marini.

«Tutti a terra!» gridò Will, e i ragazzi lo seguirono. Nello stesso momento, tre Junkers cominciarono a sparare con armi da fuoco automatiche. Un altro invece tirò una freccia che si conficcò nell’albero maestro della Ann Mary. Alla base c’era una corda legata all’imbarcazione, tesa abbastanza da essere attraversata. Il quinto Junker saltò e corse su di essa con agilità impressionante. Rob se ne accorse e si affrettò a tagliarla, seppur esponendosi al fuoco nemico. Ci riuscì, ma troppo tardi: l’uomo era sulla loro nave e quando la ciurma lo vide, lo riconobbe subito.

«Ma tu sei Chaki» esclamò Jack sorpreso. Era proprio il giovane assassino della ciurma di David. Coperto dalle raffiche di proiettili dei Junkers, il killer estrasse i suoi due pugnali e si avventò su Jack, ma Rob si frappose tra loro e incrociò la sua lama con quelle del nemico.

«A lui penso io» disse lo spadaccino. «Tenete a bada quelle armi da fuoco!»

Will non se lo fece ripetere. Tirò fuori il suo fucile e cominciò a rispondere al fuoco, colpendo in pieno uno dei quattro Junkers. Jack nel frattempo recuperò la cima lanciata dai nemici e cominciò a tirare a sé la loro nave. Non appena riuscì ad avvicinarla, saltò sul ponte nemico e cominciò ad affrontarli.

Sul ponte della Ann Mary invece, Rob e Chaki si davano battaglia senza esclusione di colpi. Lo spadaccino era in difficoltà a causa della straordinaria velocità del suo avversario, che mostrava un inquietante sorriso. I suoi denti erano quasi tutti neri, sporchi.

Era uno degli effetti dell’acqua nera, una droga prodotta sulla nave madre Junkers, la USS Kennedy. Rob si rese conto che la velocità e la forza di Chaki non erano che un potenziamento momentaneo. Provò pena per quel ragazzo, poiché conosceva gli effetti collaterali di quella droga e sapeva bene che si sarebbero manifestati solo qualche ora dopo. E sarebbero stati tremendi.

«Sono deluso, Sawaki» disse l’assassino agitando i suoi pugnali. «Mi hanno detto che sei il miglior spadaccino dei mari, ma in realtà non vali niente. Proprio come quella mezza tacca del tuo capitano.»

Rob non lo degnò di risposta, né variò l’intensità dei propri attacchi.

«Dopo che avrò finito con te» continuò Chaki, «lo spellerò vivo e darò la sua carne in pasto ai mostri del mare!»

Lo spadaccino restò impassibile. Il suo volto non cambiò espressione, né la sua tecnica di combattimento risentì delle provocazioni.

«Perché non rispondi, eh?» esclamò il killer infuriandosi. Proprio in quel momento, Bonnie lo colpì con un pugno sul naso, rompendoglielo, e lo scaraventò a terra.

Per tutto il tempo Rob aveva provato non a colpirlo direttamente, bensì a creare un’apertura che sua sorella potesse sfruttare. E lei aveva osservato attentamente i due guerrieri fronteggiarsi e aveva aspettato il momento giusto per colpire.

Una volta che l’avversario fu a terra, Rob lo disarmò velocemente e gli puntò la lama alla gola.

«Ti rivelerò un segreto, moccioso insolente» disse Bonnie, sogghignando: «Mio fratello è sordo. Dinanzi alle provocazioni lo è sempre stato.»

Nel frattempo, Jack e Will avevano messo al tappeto tutti i Junkers rimasti e la situazione era tornata sotto controllo. In quel momento Jaime uscì dalla propria cabina impugnando un martello da carpentiere, con aria combattiva.

«Dove sono? Dove?!» esclamò, furente.

Bonnie aveva chiesto a Nolan di tenere la ragazzina al sicuro sotto coperta e lui aveva fatto il possibile per trattenerla, almeno fino a che aveva potuto. Una volta uscito sul ponte, il dottore si rese conto che il peggio era passato.

«Ce la siamo cavata, eh piccola?» disse, tirando un sospiro di sollievo.

Jaime sbuffò, delusa. Poi vide i fori di proiettile sparsi per tutta la nave e si affrettò a controllare i danni che la Ann Mary aveva subito durante l’attacco.

«Quei maledetti l’hanno ridotta a un colabrodo!» esclamò. Fortunatamente, l’attacco non aveva causato danni strutturali.

Poco dopo, Jack radunò tutti sul ponte.

«Prenderemo le loro armi e quasi tutte le loro provviste» disse. «I quattro Junkers li lasceremo sulla loro nave con il necessario per sopravvivere qualche giorno. Chaki invece verrà con noi.»

«Sei sicuro, Jack?» domandò Will. «Quel tipo è pericoloso.»

«Proprio per questo lo porteremo a Caradas» rispose il capitano. «Partiamo subito.»

In un mondo dominato dal mare, la legge che prevale è ovviamente quella del più forte. Ognuna delle quattro isole amministrava la giustizia a modo proprio e con proprie regole. Tutte però conducevano i loro prigionieri più pericolosi e ingestibili in un’unica struttura: Caradas, una prigione sull’acqua che si sviluppava nelle profondità marine come un imbuto. Si diceva che solo un uomo, il capitano pirata Raven Crove, fosse riuscito a scappare. Arrivato in superficie, pare avesse rubato una barca, ma era stato raggiunto dopo poco e affondato. Moribondo, era stato dato in pasto ai mostri del mare la notte stessa.

Mentre il vento gonfiava le vele della Ann Mary, Will fece rotta verso la loro prossima destinazione.

«Sei proprio convinto?» domandò a Jack. «Contavo di arrivare a Paradise evitando accuratamente di passare per Caradas, ma tu ti ci vuoi addirittura fermare.»

«Non ho detto questo» gli rispose Jack sorridendo. «Non sono così pazzo da sbarcare volontariamente su quel covo di maniaci della tortura.»

«Ma un po’ pazzo lo sei, vero?» disse Will, osservando l’espressione divertita di Jack. In effetti, ciò che aveva in mente di fare il capitano era tutt’altro che assennato.

Per arrivare alla prigione ci volevano alcuni giorni ma Chaki, legato all’albero maestro, aveva cominciato a star male già la sera della partenza. Alla vergogna per l’esser stato fatto prigioniero, e al naso rotto da Bonnie, si aggiunsero i devastanti effetti collaterali dell’acqua nera. Jack gli mise davanti un secchio, dicendogli di centrarlo e di non sporcare il ponte. Lui non capì quel gesto finché poco dopo non cominciò a vomitare come mai prima d’allora. Poi arrivarono i dolori alle ossa e ai muscoli, la febbre e i tremori.

Durante la notte l’orgoglio del ragazzino cedé. In preda agli spasmi e al malessere, con voce flebile riuscì a pronunciare una sola parola.

«Aiuto!»

Si risvegliò il mattino seguente, sotto coperta. Steso su di un letto, trovò Bonnie al proprio fianco e persino Rob poco più lontano. Si sentiva debole, così stanco da non riuscire a mangiare. Nonostante questo, la ragazza provò a imboccarlo con alcuni sorsi di zuppa, e lui parve apprezzarla.

«Buona, eh?» esclamò lei. «L’ha fatta quella “mezza tacca” del nostro capitano.»

«Da quando un capitano pirata cucina per la propria ciurma?» le chiese Chaki con voce debole.

«È sempre stato bravo a unire ingredienti diversi per creare qualcosa di speciale» rispose Bonnie. «Qualcosa di buono.»

Il giovane tornò a dormire e si risvegliò il giorno seguente. Bonnie gli diede nuovamente una mano a mangiare. Quando fu in grado di alzarsi, Rob lo portò sul ponte e lo legò all’albero. Poco dopo, Jack si avvicinò e sedé al suo fianco.

«Stai meglio, vedo» disse. «Bonnie mi ha detto che hai apprezzato la zuppa di pesce. È la mia specialità.»

«Non era granché» rispose Chaki, sostenuto. Poi continuò: «Suppongo di doverti ringraziare. Anche di avermi di nuovo legato all’albero maestro.»

«Che vuoi farci, sei prigioniero su una nave pirata» rispose Jack. Poi il suo tono di voce si fece serio: «Lo sai che sto per portarti a Caradas, vero?»

«Fa’ pure» disse il ragazzino. «Il capitano verrà a prendermi.»

«David?» domandò Jack. Poi si alzò e fissò Chaki negli occhi. «Dimmi, ti ha detto lui di bere l’acqua nera

Il giovane non pronunciò alcuna parola, ma la sua espressione rispose per lui.

«Il tuo capitano conosce bene quali sono i suoi effetti» continuò Jack. «Da ragazzi la provammo insieme. Fu terribile, anche più di come lo è stato per te.»

Poi cominciò a passeggiare su e giù per il ponte. «So che Ragh Black pretende che i suoi alleati la bevano in segno di fiducia. David deve averti chiesto di farlo per lo stesso motivo.»

«Tu non sai niente del mio capitano» rispose Chaki, stizzito.

«Se si è alleato coi Junkers, è probabile che intenda sfruttarli per raggiungere i propri obiettivi. Un gioco pericoloso, in cui è necessario sacrificare dei pezzi. E tu sei uno di essi.»

«Sta zitto!» gridò il ragazzo. «Ti ho detto che non sai niente di me e del mio capitano!»

Jack sospirò.

«Sei innamorato di lui» constatò, guardandolo. «Questo lo capisco. E sei grande abbastanza da porre la tua vita nelle mani sue o di chi ti aggrada. Ma dimmi, lui ha bevuto l’acqua nera insieme a te?»

Il giovane rimase in silenzio, sconcertato.

«Pensaci» concluse Jack, allontanandosi.

Per un istante, Chaki rifletté su quella domanda. Jack aveva indovinato tutto, ma questo non bastò a far vacillare la fiducia che riponeva in David. Tuttavia, quel che accadde dopo lo mise in crisi. Tra gli effetti collaterali, arrivarono infine quelli dovuti alla dipendenza. In lui scaturì un desiderio incontrollato, che lo trasformò in una bestia. Cominciò a dimenarsi, a gridare. Disse di tutto, offrendosi in tutti i modi pur di avere altra acqua nera. La sofferenza era tale che a un certo punto Rob lo dovette tramortire.

«È terribile» esclamò Jaime nel vederlo esanime. «Non possiamo proprio far nulla per aiutarlo?»

«No, dobbiamo solo aspettare che passi» le rispose Jack. «L’acqua nera crea una dipendenza incontrollabile. Ma se la si continua a bere, in poco tempo porta alla morte.»

Il giorno dopo, Nolan avvistò Caradas col suo cannocchiale. Chaki era esausto. La crisi era passata, ma era ridotto a uno straccio. Jack lo liberò e lo sorresse.

«Ce la fai a stare in piedi?» gli domandò. Lui rispose di sì.

«Allora, Caradas è proprio lì» esclamò il capitano, sorridendo. «Ti affameranno, ti tortureranno e probabilmente ti amputeranno varie parti del corpo. Ce la farai a resistere, diciamo, per più di una settimana?»

Chaki osservò la sagoma della prigione all’orizzonte.

«Cattureranno anche te» disse, con voce sottile.

«Non credo» ribatté Jack. Poi gli indicò la prua della nave: «Vedi? Manca una vela.»

I due si voltarono e videro Will a poppa che fissava l’aliante alla nave.

«Devi sapere che il mio navigatore è un genio» spiegò Jack. «Ha ideato un modo per trasformare all’occorrenza la vela di prua in un aliante. A breve ci faremo un bel giretto.»

«Tu sei pazzo» gli disse Chaki.

Il capitano sorrise ancora. «Sì, ma solo quanto basta.»

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