HAVEN – Capitolo 7

Erano passati dodici giorni da quando avevano cominciato a seguire la rotta per Trouble. Se le indicazioni contenute nella filastrocca erano corrette, restavano loro solo altri tre per raggiungere la destinazione e comprendere il significato dell’ultima strofa.

«Ce la faremo, Will?» domandò Jack.

«Se tutto va bene, arriveremo giusto in tempo» rispose il navigatore.

Il capitano si appoggiò alla battagliola di prua a osservare l’orizzonte. Bonnie lo raggiuse poco dopo. Era da quando avevano lasciato Talk che sentiva il bisogno di fargli una domanda e decise che quello era un buon momento.

«Come l’ha presa il vecchio Cam?» chiese.

«Cosa intendi?»

«Di David. È di lui che ti ha chiesto poco prima della partenza, giusto?»

Jack rimase in silenzio per qualche istante.

«Cam considera me e David come membri della sua famiglia» esclamò. «È stato così fin da quando siamo arrivati al tempio da bambini. Lui ci vorrà sempre bene, qualunque cosa facciamo».

«Insomma» sbuffò Bonnie, «non gliel’hai detto che è diventato un bastardo senza scrupoli, dico bene?»

«Credo che me l’abbia letto in faccia» rispose Jack. «David ha scelto la sua strada, noi la nostra. E, se sarà necessario, lo fermerò io» concluse il capitano, dirigendosi sotto coperta.

Nel frattempo Nolan aveva appena terminato di riparare un oggetto recuperato su Talk. Un cilindro che permetteva di ingrandire ed estendere il campo visivo di chi vi osservava all’interno.

«Veniva chiamato “cannocchiale”» spiegò il dottore a Jaime, che gli ronzava attorno curiosa.

«Vediamo se funziona» disse, puntandolo verso l’orizzonte. Poi esclamò soddisfatto: «Ah-ha! Lo sapevo!»

«Funziona?» chiese Jaime.

«Certo» rispose Nolan, «ma non è questo. C’è una nave che ci segue».

In effetti, era da un po’ che un’imbarcazione stava seguendo la loro stessa rotta, mantenendosi a distanza tale da non essere notata.

«La cosa non mi piace» esclamò Jack quando lo seppe. «Dobbiamo seminarli».

Il capitano chiese a Will di mantenere l’andatura veloce anche di notte e scelse di tenere spente le torce. Fu una decisione rischiosa. Tutte le navi che intendevano viaggiare in mare aperto di notte dovevano dotarsi di lampade e torce in abbondanza. La luce teneva infatti lontani i mostri del mare. La Ann Mary possedeva delle particolari torce estremamente luminose, alimentate da speciali misture di oli e cere. Dopo il tramonto, farne a meno significava diventare invisibili per qualunque altro marinaio, ma anche divenire bersagli di creature ben più spaventose.

Quella notte Will la passò al timone, Rob all’arpione e il resto della ciurma di guardia ai quattro lati della nave. Il mattino seguente erano tutti stanchissimi, ma avevano certamente distanziato qualunque inseguitore.

«Nessuno in vista» esclamò Nolan dopo aver scandagliato l’orizzonte col suo cannocchiale. Tuttavia Jack temeva che potessero essere raggiunti. Così, i ragazzi organizzarono dei turni per riposare e si prepararono a passare anche le successive due notti a torce spente.

Durante la seconda notte, Will era a pezzi e quasi si addormentò al timone. Quando il fianco destro della nave fu colpito però, si destò immediatamente dal torpore. Jack si avvicinò rapidamente all’arpione. Rob teneva sotto tiro le acque buie, attento a ogni minima increspatura. D’un tratto, una lunga coda emerse. Aveva scaglie irregolari che splendevano di una fluorescenza azzurra. Non appena la vide, il capitano la indicò e Rob fece fuoco. La freccia dell’arpione si conficcò nella schiena del mostro, che la portò nelle profondità. Sembrò che il peggio fosse passato, ma pochi minuti dopo un altro colpo fece sobbalzare l’imbarcazione.

«Dobbiamo rallentare o ci ribalteremo!» gridò Bonnie.

«Se rallentiamo, ci farà a pezzi!» rispose Will. «Dobbiamo accendere le torce!»

Jack fu d’accordo. Si affrettò ad accendere la più grande e la puntò verso la superficie. Fu a quel punto che il mostro, quasi a voler sfidare la luce, mostrò il suo capo deforme e spalancò le fauci. I suoi denti erano affilati come coltelli, gli occhi invece erano completamente bianchi, vuoti.

Rob colse l’occasione e lo colpì proprio nella bocca, conficcandogli una freccia in gola. Questo bastò a farlo desistere dall’attaccare nuovamente e a farlo tornare svelto verso il fondale. Tuttavia, la ciurma non se la sentì di rischiare ulteriormente e proseguì la navigazione con le torce accese.

Quando il sole sorse erano nuovamente stremati ma, nonostante avessero tenuto le luci accese, pareva che nessuno li avesse individuati.

«Bene» osservò Jack. «Riposiamoci, in serata dovremmo giungere a destinazione.»

La navigazione proseguì tranquilla per il resto della giornata. Al tramonto la nave cominciò a rallentare.

«Ci siamo» disse Will. «Il punto è questo.»

«Qui non c’è niente, Will» esclamò Bonnie. In effetti, davanti a loro non c’era altro che mare. «Credo che tu ci abbia portato nel posto sbagliato.»

«Impossibile» intervenne Nolan. «Ho controllato e ricontrollato. Abbiamo seguito le indicazioni alla perfezione.»

«Forse abbiamo interpretato male la filastrocca» disse Jaime.

Mentre la ciurma discuteva sul da farsi, lo sguardo di Rob si posò su una piccola increspatura della superficie dell’acqua.

«Quello cos’è?» esclamò senza pensarci. Furono le sue prime parole da quando aveva perso l’udito. I compagni ne furono sorpresi, ma felici.

«Uno scoglio?» domandò Will. «Cosa ci fa uno scoglio in mare aperto?»

«Guardate, ce ne sono altri» esclamò Bonnie, indicando altre increspature. Non se n’erano accorti, ma erano circondati da numerose di quelle strane strutture, tutte molto simili. Inoltre, più tempo passava e più il loro numero aumentava.

«È la marea» intuì Nolan. «Il livello del mare si sta abbassando.»

In poco meno di mezz’ora si ritrovarono circondati da una lunga serie di rocce a forma di cuneo, una maestosa formazione semi circolare che si faceva via via più alta e imponente.

Il capitano alzò lo sguardo al cielo, ancora irradiato dalle ultime luci del giorno. Cominciavano ad apparire le prime stelle, ma della luna non v’era traccia.

«La luna nuova» rifletté ad alta voce. Poi si guardò attorno. «“Al centro della corona di spine”»

Jack capì. Si batté il pugno nella mano ed esclamò: «È qui! Trouble è sotto di noi.»

La quinta isola si trovava effettivamente sotto di loro e nel buio della notte, protetta dalla muraglia di scogli, cominciò pian piano a emergere. La nave si arenò su una formazione sabbiosa e i ragazzi non poterono far altro che sbarcare. Portarono le torce con loro e cominciarono a perlustrare l’area.

«Un’isola che emerge dalle acque» esclamò Will. «Ecco perché nessuno riesce a trovarla.»

«È un fenomeno davvero particolare» disse Nolan. «Purtroppo, rende questo posto inabitabile.»

La ciurma camminò a lungo tra sabbia, alghe e rocce, ma pareva che Trouble non avesse altro da offrire. A un certo punto, Jaime notò un grosso macigno dalla forma arrotondata. Lei e Jack si avvicinarono.

«Non è una roccia» disse il capitano, poggiandovi sopra la mano. «È di metallo.»

I due perlustrarono il perimetro dello strano oggetto e cominciarono a farsi un’idea.

«È una nave» esclamò Jaime. «Ma non ne ho mai vista una così. Non c’è il ponte, non ci sono vele. È solo un grosso tubo di metallo.»

«Questa nave non navigava sopra la superficie, ma sotto» disse Jack. Si trattava infatti del relitto di un sottomarino dell’epoca precedente. La superficie dello scafo presentava uno squarcio, che i due pirati decisero di attraversare. Una volta dentro, si fecero largo tra rottami e ciarpame fino alla poppa, dove notarono uno scrigno dorato che poco aveva a che fare col resto dell’ambiente.

«Vediamo di cosa si tratta» disse Jack forzandone la serratura. All’interno vi era una croce di metallo incisa con le stesse rune presenti sul disco lasciatogli da suo padre.

«Questo è il frammento di cui parlava Benjamin» esclamò il capitano. «L’abbiamo trovato!»

D’un tratto, una voce riecheggiò dall’esterno. Will li stava chiamando.

«Visto che roba, Will?» disse Jack, uscendo dal sottomarino.

«È straordinario» rispose il compagno, «ma credo che ciò che ha trovato Rob ti sorprenderà ancora di più.»

Il gruppo si riunì nei pressi di quello che in un primo momento sembrava essere un grosso masso. Rob fece luce con la torcia e Jack si avvicinò, basito.

«Ma questi sono denti!» disse. Si trovava dinanzi al teschio di una bestia mostruosa.

«È enorme» esclamò Jaime. «Questo mostro doveva essere grande quanto…»

«L’intera isola» la interruppe Jack.

Fu in quel momento che la ciurma realizzò che Trouble non era altro che il cadavere di quell’essere gigantesco.

J. Runner

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HAVEN – Capitolo 6

Il temporale aveva danneggiato gravemente il timone della Ann Mary, che ormai era alla deriva da ore. La ciurma di Jack aveva quasi perso le speranze quando, alle prime luci dell’alba, Jaime avvistò in lontananza una colonna di fumo nero.

«Talk» esclamò la giovane, e corse a prendere dei remi. Lei e Will provarono a condurre la nave verso il gigantesco vulcano che appariva all’orizzonte.

Spingendoli in quella direzione, la corrente li aveva salvati. Tuttavia, le condizioni di Rob erano preoccupanti. Nolan e Bonnie lo avevano portato sulla sua branda sotto coperta e gli avevano fasciato il capo. Aveva perso molto sangue e, nonostante si fosse risvegliato, si trovava ancora in stato confusionale. Jack era vicino ai tre compagni, in silenzio, quando Nolan terminò di visitarlo.

«Starà meglio» disse, «ma non potrà più sentire.»

Bonnie ne rimase sconvolta.

«Come è potuto accadere?!» esclamò, portandosi la mano sulla bocca.

«Si è distrutto le orecchie» disse Jack con tono grave. «lo ha fatto da solo.»

«Perché?» chiese lei. Il capitano non rispose.

Dopo un po’ Rob tornò a riposare e Jack radunò l’equipaggio sul ponte.

«Questa notte la nostra rotta ha incrociato quella di un demone del mare» disse. «Il suo nome è Tarox.»

La ciurma rabbrividì.

«Tarox, hai detto?» balbettò Nolan. «Non è possibile, non può esser vero.»

«Che tu ci creda o no, dottore, Tarox esiste eccome» ribatté il capitano. «Si tratta del progenitore dei mostri dei mari. È qualcosa che noi non possiamo comprendere.»

«Stargli vicino» continuò sospirando, «vuol dire ascoltare la sua voce, l’eco. E ascoltare l’eco vuol dire perdere il senno, poi i sensi e infine la vita. Questa notte abbiamo incrociato Tarox e abbiamo udito la sua voce per qualche istante. Saremmo morti tutti se non fosse stato per Rob.»

«Stai dicendo che si è reso sordo per non ascoltare l’eco?» chiese Will, stupefatto.

«Sì. Poi ci ha stordito e legato alla nave per non farci finire in mare» rispose Jack. «Gli dobbiamo tutto.»

Il capitano diede una mano a Will e Jaime coi remi, mentre Bonnie e Nolan rientrarono in cabina per verificare le condizioni di Rob.

«È incredibile» esclamò il dottore. «Credevo che fosse solo una leggenda, invece il demone del mare è reale.»

Bonnie rimase in silenzio per un po’. Accarezzò la fronte del fratello, poi decise di raccontare a Nolan una storia.

Alcuni anni prima era esistito un villaggio sul mare, completamente artificiale e autosufficiente. In molti l’avevano descritto come una vera e propria isola galleggiante, tant’era grande e ricco di abitanti.

«Il nome di questo villaggio era Hevalon» esclamò la ragazza.

Un giorno Hevalon era stato attaccato. Non da pirati o nemici, ma da una forza sovrannaturale. Era bastato qualche minuto. Una costruzione straordinaria, il più grande orgoglio del tempo, si era trasformato in un cumulo di macerie. Nessuno aveva mai capito cosa fosse realmente successo.

«Dei quattrocentoventi abitanti di Hevalon» raccontò Bonnie, «ne sopravvissero solamente sette. Tra questi, solamente due bambini erano riusciti a vedere ciò che aveva realmente distrutto la loro casa.»

«Tarox» esclamò Nolan. «Incredibile. Che fine hanno fatto quei due bambini?»

«Nessuno credé alle loro parole. Persino gli altri cinque sopravvissuti si convinsero che la causa di tutto era stato un tifone o un uragano» continuò Bonnie. «Tempo dopo, i due decisero che avrebbero viaggiato per mare, divenendo famosi pirati.»

Bonnie aveva concluso la storia quando la nave arrivò nei pressi della costa di Talk. Will agitò una bandiera e dal porto giunse un piccolo battello che li rimorchiò fino al molo.

Talk era un’isola molto particolare. Alle pendici del maestoso vulcano attivo Gargantis c’erano le fucine dei carpentieri. Questi erano un gruppo di artigiani esperti e versatili, abili nella lavorazione del metallo, nella costruzione e riparazione di navi, armi e persino abitazioni.

A nord dell’isola, un sottile lembo di terra collegava il vulcano alla capitale. Qui l’equipaggio attraccò, per poi separarsi. Jaime e Will si recarono alle fucine per commissionare ai carpentieri la riparazione della nave. Jack, Bonnie e Nolan invece accompagnarono Rob al tempio Sawaki.

Il tempio si trovava sulla sommità della montagna che troneggiava come una regina di fianco al vulcano. Per arrivarci, il gruppo dovette risalire oltre cinquecento gradini di pietra.

«La ricordavo più breve, questa scalinata» esclamò Jack, che portava Rob sulle spalle. «Non m’è mancata per niente».

Arrivati in cima, gli allievi della famiglia Sawaki accorsero in loro aiuto e portarono Rob nelle stanze del tempio. Cam, il patriarca, accolse i pirati e offrì loro cibo e ristoro.

«È bello vedervi dopo tanto tempo» esclamò l’uomo.

La famiglia Sawaki viveva da generazioni al tempio e in quel luogo insegnava le arti marziali a chi aveva il coraggio di impararle. Lì erano nati Bonnie e Robbie, cresciuti sotto gli insegnamenti di loro zio Cam.

Un giorno, al tempio erano arrivati due ragazzini, giovanissimi ma molto determinati. Cam li aveva presi con sé e li aveva allevati come fossero stati parte della famiglia. Aveva insegnato loro a combattere e ad affrontare la paura. Li aveva resi degli uomini forti e, man mano che le loro capacità andavano aumentando, le loro ambizioni crescevano di pari passo. Finché, raggiunta la giusta età, i due avevano scelto di salpare e vivere per mare.

«Raccontami, Edward» esclamò il patriarca passeggiando insieme a Jack. «Che cosa è accaduto?»

«L’ho incontrato di nuovo, dev’essere il destino» rispose lui. «Tarox.»

Il pirata raccontò all’anziano l’accaduto e lo pregò di fare il possibile per aiutare Rob.

«Ti senti responsabile, non è vero?» gli disse il patriarca. Lui non rispose, ma il suo sguardo era inequivocabile.

«Hai scelto una vita difficile» continuò Cam. «Quando Bonnie e Robbie espressero il desiderio di partire con te sapevo che avrebbero corso dei pericoli, per questo provai a dissuaderli. Tuttavia, la loro determinazione prevalse.»

L’anziano sospirò.

«Loro hanno scelto di credere in te e ci credono tutt’ora» continuò posando una mano sulla spalla del giovane. «Perciò, non dubitare del tuo cammino.»

Si era fatta sera quando la ciurma si riunì al tempio. Jaime e Will avevano preso accordi coi carpentieri, la nave sarebbe stata pronta il mattino seguente. Nel frattempo, le condizioni di Rob erano migliorate. Era sveglio e in piedi, ancora un po’frastornato ma lucido.

«Non ci sente più, eh?» chiese Jaime.

«Già» rispose Bonnie, «ma sta bene. È in gamba, il mio fratellino.»

Jack si avvicinò allo spadaccino e sorprese tutti abbracciandolo. Con quel gesto espresse senza parlare tutta la sua gratitudine e Rob questo lo comprese bene.

I ragazzi si recarono poi a cena, ma furono interrotti da uno degli allievi che comunicò di aver avvistato la nave dei Junkers a largo.

«Cosa ci fanno qui quei maledetti?» domandò Jack, mentre il patriarca si affrettava a dare ai suoi allievi l’ordine di tenere sotto controllo le strade della capitale. Da generazioni spettava infatti ai Sawaki difendere Talk.

Tuttavia, la USS Kennedy non si avvicinò all’isola. Lo fece invece il mattino successivo una piccola imbarcazione con a bordo due Junkers. Schultz, un anziano ma molto scaltro mercante e Dwiz, un sordomuto col volto ricoperto di bende. I due chiarirono subito il motivo della loro visita: commissionare ai carpentieri dei lavori di riparazione.

«Suvvia, si tratta di lavoro onesto dopotutto» disse Schultz alle guardie del porto. Poi aprì una delle casse che i due avevano portato con loro, dentro cui c’erano oggetti preziosi e tesori. «E su quest’isola amate l’onestà, dico bene?»

Nel frattempo, la ciurma di Jack era pronta a ripartire. Dopo aver ringraziato e salutato il patriarca, i ragazzi si erano diretti alle fucine. Fu lì che incrociarono i due Junkers.

«Jackson, qual piacere fare la tua conoscenza» esclamò Schultz. «Ho sentito parlare molto di te. Il capitano Black non vorrebbe uccidere altri.»

Will si frappose tra il suo gruppo e i due. Mise la mano nel cappotto e strinse il fucile.

«È da un po’ che non sparo a qualcuno» disse. «Forse oggi è il giorno giusto per ricominciare.»

«Calma, ragazzo» rispose il mercante sorridendo. «Io sono un diplomatico, a me la violenza non piace.»

Dwiz fece un passo avanti, minaccioso.

«Questo squilibrato qui invece è di tutt’altro avviso» continuò Schultz.

Per un attimo sembrò che i due gruppi dovessero scontrarsi. Poi l’anziano Junker calmò gli animi di tutti, chiarendo che lui e il suo compagno si trovavano sull’isola solo per affari e che non avevano alcuna intenzione di creare problemi.

«A noi serve che Talk rimanga un luogo tranquillo e accessibile» esclamò, «altrimenti chi altri ci rifornirebbe di armi e munizioni?»

Dopo essersi lanciati qualche occhiata minacciosa, i due gruppi si separarono.

«Quel tipo ha qualcosa che non va» esclamò Jaime riferendosi a Dwiz. «Il suo sguardo non era normale.»

Qualche istante dopo, la ciurma raggiunse il porto. La Ann Mary era stata riparata e i ragazzi erano pronti a salpare.

Jack salì sul ponte e mirando l’orizzonte esclamò: «Will, abbiamo una rotta?»

Il navigatore ci aveva lavorato insieme a Nolan per buona parte della notte prima. Rispose quindi senza esitazione: «Abbiamo una rotta, capitano.»

«Bene» disse Jack. Poi incrociò lo sguardo di Rob e scambiò con lui un sorriso. Puntò il dito verso il mare ed esclamò entusiasta: «Partiamo!»

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Scoprendo altre storie: intervista a Francesco Ambrosio

La sezione del blog “Curiosità Internazionali” si arricchisce di uno nuovo interessante post, in realtà un’intervista: vi presento l’autore FRANCESCO AMBROSIO, autore di numerose saghe letterarie a sfondo fantascientifico, unite a elementi fiabeschi: stiamo parlando deLa Saga dell’Efterion“, “La Saga di Lobo“, “Il Mistero della Magiae l’ultima sagaI ragazzini terribili dello spazio“, a cui da il via il primo titoloMalkha, le avventure del giovane Nedo“.

Ciao Francesco! Raccontaci di te e di come è nata la tua passione per la scrittura.

Sono del ’90 e la mia passione per la scrittura ha origini antiche. Infatti, sin da quando ero bambino mi piaceva creare storie e ho continuato a farlo anche nel corso degli anni ma con poca convinzione. Dopo molte delusioni ricevute dalla vita nel 2014 ho riscoperto la mia passione per la scrittura e mi sono dedicato anima e corpo alla stesura del mio primo romanzo “I guardiani dell’Efterion”. Ci sono voluti mesi e un buon corso di scrittura che mi ha aperto gli occhi e stimolato su come migliorarmi per realizzare il mio sogno.

Com’è nato il tuo nuovo romanzo “Malkha, le avventure del giovane Nedo”? E di cosa parla?

Il mio romanzo fresco d’uscita “Malkha, le avventure del giovane Nedo” nacque per caso qualche anno fa con una storia bizzarra e tanta fantasia, elemento fondamentale, cosa palese in tutti i miei scritti. E travolto dagli scenari che esso mi apriva ho scritto poi anche il seguito, creando così una nuova saga parallelamente a quella dell’Efterion. Questo romanzo è il primo della saga “I ragazzini terribili dello spazio”, incentrata sulle vicende di giovani alieni adolescenti che sono costretti a crescere in fretta per affrontare minacce che aleggiano sullo spazio. Ecco, “Malkha, le avventure del giovane Nedo” parla proprio di questo: di Nedo, un giovane alieno abixino, timido e sognatore, che decide di intraprendere il suo primo viaggio nello spazio alla ricerca del fratello scomparso. Ma questa sua ricerca lo porterà inevitabilmente ad imbattersi nei misteriosi labirinti parastellare del leggendario celestiale di nome Malkha.

Immagina di dare un consiglio a chi coltiva la tua stessa passione. Cosa gli diresti?

Di continuare a scrivere sempre, qualsiasi cosa, in qualsiasi forma. Scrivere fa bene e, se si hanno dei sogni nel cassetto, meglio aprirlo e dedicarsi a ciò che più si ama. La vita è un dono prezioso e in quanto tale è unica per lasciarsi sfuggire i propri sogni. Se possiamo realizzarli adesso, meglio farlo ora piuttosto che aspettare. Crederci, avere pazienza ed essere costanti. Soprattutto costanza è una parola che mi rispecchia molto e, diciamoci la verità, è quella che poi permette di raggiungere degli obiettivi.

Progetti futuri, presentazioni o altri eventi: dove possono seguirti i lettori?

Progetti futuri tantissimi, soprattutto per le cose da scrivere, romanzi da revisionare, concorsi letterari a cui partecipare (tra l’altro, scrivo anche poesie) ma soprattutto presentazioni da fare. Ecco, a questo riguardo mi sono imposto di non scrivere fino a dicembre, e prendermi due mesi per presentare il mio ultimo romanzo, oltre quello precedente. L’8 Ottobre sarò a Roma per ritirare il premio come miglior giovane autore di un concorso letterario. Il 22 ho in programma una presentazione del mio libro “I guardiani dell’Efterion” a Sant’Arpino, il 29 presenterò lo stesso libro a Casamassima in provincia di Bari. Oltre queste date spero di aggiungerne altre per il nuovo romanzo. Insomma, c’è ancora tanto da fare e da organizzare.
Dove seguirmi? Per ora sono attivissimo sul mio secondo profilo Facebook (https://www.facebook.com/francescoambrosio.profiloautore.9) e sul mio blog “Universo Efterion” ( http://universoefterion.blogspot.it/), vetrina di tutti i libri pubblicati fino ad ora, su cui da poco ho iniziato a pubblicare articoli di eventi e interviste fatte ad autori della Campania. Quest’ultima è un’esperienza nuova e stimolante che mi permette di scoprire e conoscere altre realtà della mia terra.

Grazie a Francesco per aver condiviso con noi la sua passione, ma specialmente per i suoi consigli. Nell’attesa dei suoi prossimi scritti, vi ringraziamo per essere stati insieme a noi e vi salutiamo con una chicca a cui nessun lettore sa resistere: una citazione letteraria!

“Tu sarai ricordato, il tuo nome resterà qui per sempre,
questo Tronco ti porterà nel suo grembo
come ha fatto alla tua nascita.
Ritornerai al cuore del Tronco
dove tutto è cominciato.”

Tratto da “I guardiani dell’Efterion”

Potete contattare Francesco Ambrosio alla sua mail personale: frankambrosio1990@libero.it.

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HAVEN – Capitolo 5

Si era ormai fatta mattina quando i ragazzi si riunirono sul ponte per discutere la prossima mossa. Cominciarono a ragionare sulla filastrocca e su come interpretarla.

«Non capisco come questa “geometria” possa aiutarci» osservò Jack dubbioso.

«La filastrocca» disse Nolan, indicando alcune frasi del suo libro «contiene indicazioni geometriche. Il raggio e il centro, per esempio, sono concetti di geometria.»

Nolan era uno dei pochissimi uomini al mondo a saper leggere e proprio da quel libro aveva acquisito molte conoscenze in ambito matematico. Nessuno riusciva a seguire i suoi discorsi, e la ciurma in effetti nemmeno ci provava. Solo Will pareva capirci a stento qualcosa.

«Ricapitoliamo» esclamò quest’ultimo. «Se disegniamo tre punti, poi possiamo ricalcare su di essi un cerchio.»

«Esatto» disse Nolan.

«Poi partiamo dal centro» continuò Will, «e seguiamo il raggio per tre volte la sua lunghezza. Ma in che direzione? E poi come facciamo a capire cosa rappresentano questi tre punti?»

«Se fossero stati quattro, sarebbero potute essere le isole» intervenne Jack.

I ragazzi rimasero qualche istante a rifletterci su, poi Rob ruppe il silenzio.

«Una volta le isole erano tre, ricordate?» disse. «Paradise è stata scoperta solo diciassette anni fa.»

«“Diretti al futuro, guarda al passato”» esclamò Jack riflettendo. Nolan a quel punto ebbe un’idea. Chiese a Jaime di mostrargli la mappa che le aveva lasciato. Lei la stese al centro del ponte e il dottore cominciò a disegnarci sopra con un carboncino.

«Disegniamo un cerchio che passa per le tre isole» esclamò. Poi indicò il centro, un punto in mezzo al mare. «Questo è il punto di partenza.»

Restava da capire in che direzione andare. Stavolta fu Bonnie ad avere un’intuizione. Osservando la cartina si rese conto che le tre isole, quasi perfettamente allineate, ricordavano molto tre stelle che lei amava osservare alcune sere, quando l’oceano era piatto e il cielo terso.

«“Tre nel mare, tre nel cielo» rifletté la giovane. «Dobbiamo navigare in direzione della terza stella della “cintura”».

Spesso gli astri erano utilizzati come punti di riferimento dai marinai. Per facilitarsi, in molti avevano dato ad alcune stelle i nomi più disparati. Quelle tre in particolare venivano chiamate “stelle della cintura”.

«Perfetto» esclamò Jack. «Abbiamo una rotta, Will?»

«Abbiamo una rotta» rispose il navigatore. «Restano da capire le ultime due strofe. “Quando la nona luna è assente, al centro della corona di spine”.»

«Per la corona di spine non ne ho idea, immagino lo scopriremo una volta arrivati» disse Nolan. «Il resto credo sia un’indicazione temporale. Dobbiamo giungere a destinazione quando c’è la nona luna nuova dell’anno, vale a dire…»

«Tra quindici giorni» lo interruppe Will. «Non abbiamo molto tempo.»

«Allora partiamo subito» esclamò Jack. «Direzione: centro del cerchio, o qualunque cosa sia!»

La mappa disegnata da Nolan fu di grande aiuto a Will, che riuscì a condurre la nave al punto di partenza in poco più di due giorni. Il vento fu favorevole durante tutto il viaggio e il mare rimase calmo. Il gruppo fece una sola sosta di un paio d’ore per permettere a Rob di pescare, e rifornire così le scorte alimentari. Lo spadaccino utilizzava una canna da pesca fissa, rudimentale ma efficace. L’aveva fatta lui stesso, così come sua era stata la premura di procurarsi dei molluschi da usare come esca.

In quell’occasione, Nolan si era offerto di apportare delle migliorie alla canna. In un primo momento Rob si era mostrato infastidito, essendo molto geloso delle proprie cose e dei propri risultati come pescatore. Nolan però era un tipo molto insistente e, dopo poco, lo spadaccino aveva ceduto.

«Ecco fatto» aveva esclamato il dottore, riconsegnando la canna al proprietario. In poco tempo aveva dotato l’attrezzo di un mulinello brutto a vedersi, ma estremamente efficiente. Rob ci aveva messo un po’ ad abituarsi, dovendo cambiare completamente il proprio stile di pesca. Tuttavia, dopo aver capito che con quella modifica sarebbe stato in grado di pescare prede mai prese prima e molto più grandi, si era affrettato a ringraziare Nolan.

«Lo nascondi bene» gli aveva detto, dandogli una pacca sulla spalla, «ma tu sei addirittura più forte di me.»

Giunti al centro del cerchio, l’attenzione dei ragazzi fu catturata da una boa che ondeggiava sulla superficie dell’acqua. Rob la agganciò e si accorse che una lunga corda la teneva ancorata al fondale.

«Che ci fa una boa a forma di stella in mezzo al nulla?» domandò Jack.

Rob cominciò a tirar su la cima e a un certo punto, legato a essa, emerse un sacchetto. Sopra vi era ricamato un teschio con un osso e un fiore incrociati.

«Lo skull rose, il simbolo dei pirati di Warden» esclamò Jack, riconoscendo il disegno. All’interno del sacchetto, la ciurma trovò un piccolo cofanetto. Non ci volle molto per scoprirne il contenuto: una lettera perfettamente conservata.

Nolan la lesse ad alta voce.

«Sono nato sul mare, ho vissuto in mare e morirò nel mare. Ho visto ciò che il mondo è stato e ho sognato ciò che potrebbe essere. La via per la conoscenza è ardua e piena di insidie, e ciò che scoprirai alla fine potrebbe non piacerti. Ma tu sei un ragazzo così coraggioso, forte come io non sono mai stato. In fondo, qualunque cosa troverai, saranno le scelte che farai a contare davvero. E poi, che importa? È così bello viaggiare. Giusto, Eddy?»

La lettera terminava col disegno dello skull rose e una firma: «Raymond Jackson, navigatore dei pirati di Ardyn Warden.»

«Pare che tuo padre ti abbia fatto partire da questo punto del mare per lasciarti un messaggio» disse Will rivolto a Jack. «Dopotutto, Warden è stato il dominatore dei mari prima della sua misteriosa scomparsa. È plausibile pensare che abbia fatto scoperte eccezionali e che tuo padre voglia farti seguire le sue tracce.»

«Papà non ha mai voluto condividere nulla delle sue avventure con me» replicò secco Jack. «A dire il vero, non ha mai voluto condividere nulla in generale. Di lui ho solo vaghi ricordi di quando ero bambino.»

Jack tirò fuori dalla tasca il disco, ricordo di suo padre, e lo strinse nella mano.

«Mi ha lasciato solo dei frammenti della sua vita» disse. Poi si girò verso la ciurma e sorrise: «In fondo è meglio non sapere nulla, le avventure sono belle proprio perché sono imprevedibili.»

«E le nostre avventure sono solo nostre» esclamò Jaime col solito entusiasmo. Poi continuò: «Allora, partiamo? Trouble ci aspetta!»

Era ormai sera e la “cintura” era visibile nel cielo. La Ann Mary riprese la navigazione e il viaggio proseguì senza troppi intoppi, almeno fino alla quinta notte, quando i ragazzi incapparono in una burrasca. Fu uno dei peggiori fortunali mai incontrati dalla ciurma. Il vento era tale da rischiare di strappare le vele e le onde alte al punto da apparire come montagne d’acqua. Fu proprio all’interno di un’enorme onda che la videro, illuminata dal bagliore intermittente dei fulmini: un’ombra gigantesca, mostruosa.

«Che diavolo è quella cosa?!» gridò Bonnie. Jaime rimase a bocca aperta, Nolan pietrificato. Will intuì, ma non volle crederci.

In quel momento, Jack provò un insieme di emozioni contrastanti. Sorse in lui la folle brama di confrontarsi con quella creatura, l’assurdo desiderio di scontrarsi frontalmente con una forza inarrestabile. Rabbia, paura, odio e gioia si mescolarono nella sua mente in un turbine di dolore che ben presto divenne una sensazione chiara, fisica e terribile.

Rob fu l’unico a mantenere i nervi saldi. Rimase lucido un paio di secondi in più del resto della ciurma, il tempo necessario a prendere una decisione che di logico aveva ben poco, ma che salvò tutti.

Il mattino seguente, il temporale era passato. Jack si svegliò confuso e ci mise un po’ a realizzare dove si trovasse. Era sulla sua nave, legato all’albero maestro. Vicino a lui, Bonnie e Jaime erano anch’esse bloccate con delle cime.

Le corde erano allentate e così Jack riuscì a liberarsi in poco tempo. Trovò Nolan legato alla battagliola di prua e Will invece al timone. Non capì cosa fosse accaduto finché non vide Rob sul ponte, svenuto a terra. Aveva le orecchie sanguinanti, i timpani completamente distrutti.

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HAVEN – Capitolo 4

La luna era velata da una nuvola quando i tre pirati entrarono in città. Senza dar troppo nell’occhio, passarono tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Rob entrò in un’osteria a chiedere informazioni.

«La ricordavo più piccola questa sottospecie di villaggio di campagnoli» disse Jack, in attesa che il compagno ritornasse. Negli ultimi anni la capitale si era ingrandita molto, soprattutto grazie al lavoro degli schiavi catturati dai cacciatori.

«Ma quello sei tu, capitano!» esclamò Jaime, indicando il disegno di un volto inciso su una tavola di legno appesa a un muro. «Edward Jackson, vivo o morto. Che buffo!»

«Non mi somiglia per niente» sentenziò Jack, imbarazzato. «Anche se forse è meglio così.»

Dopo poco Rob li raggiunse, aveva recuperato qualche informazione utile.

«La casa di Nolan “lo strambo” si trova in cima alla collina» disse.

«Nolan “lo strambo”?» ripeté Jaime.

Rob le fece un cenno col capo: «Così hanno detto.»

Il gruppo si avviò rapidamente verso il ripido sentiero per la collina che troneggiava sull’isola. Procedere al buio non era semplice, ma necessario. Meno persone avrebbero incontrato, minori sarebbero stati i problemi. Comunque, era difficile che qualche isolano si aggirasse per le strade di notte. Yellow infatti era l’unica delle quattro isole su cui era ancora possibile coltivare e la maggior parte della popolazione lavorava la terra tutto il giorno, finendo col crollare dalla stanchezza molto presto. D’altronde, se il mondo emerso poteva godere ancora di frutta e ortaggi, era solo grazie al lavoro degli abitanti di quell’isola.

«Sarà quella lì?» si domandò Jack, indicando un’abitazione diversa dalle altre. Non era una fattoria. Sembrava più una strana torre di legno, piena di cappe e priva di finestre.

I ragazzi decisero di provare a bussare, ma non rispose nessuno. Appoggiando l’orecchio alla porta, Jaime sentì un suono che non aveva mai udito prima.

«Che roba è?» si chiese, quando d’un tratto la porta si aprì e cadde col viso al suolo.

«Cielo! Tutto bene piccola?» domandò colui che aveva aperto. Era alto, coi capelli ricci e un’aria decisamente svampita.

«Sei tu!» esclamò Jaime, rialzandosi. Poi tirò fuori dalla tasca la mappa e glielo mostrò. «Ti ricordi? Mi hai dato questo!»

Per un istante l’uomo rimase disorientato, poi ricordò.

«Sei quella ragazzina di Talk! Che cosa ci fai qui?» chiese.

«Tu sei Nolan, vero?» intervenne Jack.

I ragazzi si presentarono e l’uomo li invitò a entrare. Tutti e tre rimasero basiti nell’udire quel particolare suono che riempiva l’intera casa.

«Di cosa si tratta?» chiese Rob.

Nolan rispose entusiasta: «Musica! Venite, vi faccio vedere.»

Li condusse vicino a un disco che roteava sotto lo scorrere di una puntina. Si trattava di un vinile posto su un vecchissimo grammofono a manovella, recuperato chissà dove, incredibilmente funzionante. Produceva una leggera e dolce melodia.

«Questo l’ho riparato io stesso, non è grandioso?» continuò Nolan. «È stato realizzato prima dell’inondazione del mondo. Non ho idea di come faccia a emettere questo suono, ma è fantastico.»

L’uomo li condusse per tutta la casa e mostrò loro un sacco di oggetti provenienti dal passato. Si comportava come un bambino orgoglioso intento a mostrare agli altri la propria collezione di giocattoli. Rob non ebbe difficoltà a capire come mai lo chiamassero Nolan “lo strambo”.

«Nolan, è davvero fantastico tutto questo» esclamò Jack interrompendolo, «ma ecco, noi avremmo bisogno del tuo aiuto.»

I ragazzi spiegarono all’uomo che stavano cercando Trouble e che speravano lui avesse una mappa o quantomeno qualche indizio per trovarla. La risposta però fu negativa.

«Non posso aiutarvi, mi spiace» disse. «Si dice che il capitano Warden l’abbia raggiunta e che la sua ciurma sappia come fare, ma a dire il vero non sono sicuro nemmeno che questa misteriosa isola esista davvero.»

Jack non aveva talenti particolari, ma riusciva istintivamente a capire quando ci si poteva fidare di una persona. Bonnie diceva spesso che lui sapeva guardare nei cuori delle persone. Fu questo suo istinto naturale che lo spinse a fidarsi di Nolan.

«C’è una filastrocca che vorrei ascoltassi» gli disse, e condivise con lui le indicazioni che il padre gli aveva lasciato.

Nolan ci rimuginò su qualche istante, poi corse a recuperare un libro al piano superiore dell’abitazione. Scese in tutta fretta e lo mostrò ai ragazzi.

«Secondo me questo vi può essere utile» esclamò, cominciando a sfogliarlo.

Jaime gli si avvicinò curiosa.

«Che cos’è?» chiese, e Nolan le rispose: «Un libro di geometria.»

«Un… cosa?» domandò Jack perplesso, quando improvvisamente qualcuno bussò alla porta.

«Nolan, dannato pazzoide! Apri immediatamente!» esclamò un uomo da fuori, continuando a bussare sempre più violentemente.

«Koban?! Che cosa ci fa qui a quest’ora?» si chiese Nolan, stupito. Nel sentire quel nome, Jack impallidì.

«Merda! Dobbiamo nasconderci, presto!»

«Di sopra!» gli indicò Nolan.

I ragazzi si avviarono velocemente al piano superiore, mentre lui apriva la porta. Gli si parò davanti un grosso omone calvo, con un coltello al posto della mano sinistra e due uomini al seguito.

«Cosa posso fare per lei, signor Koban?» domandò Nolan. L’omaccione lo spinse via ed entrò in casa.

«Dov’è?!» sbraitò. «Dov’è quella mezza tacca di pirata?»

Nolan tentò di calmarlo: «Pirata? Non c’è nessun pirata qui.»

«I miei hanno visto uno straniero biondo con una spada alla cinta aggirarsi per le osterie della città. E poi, hanno visto anche lui» esclamò l’uomo con arroganza, mostrando una tavoletta di legno con sopra incisa la taglia di Jack. «Si sono diretti proprio qui.»

I tre cominciarono a mettere a soqquadro la casa, rompendo anche alcuni dei preziosi oggetti del passato sparsi in giro. Lo stesso Koban si mise a rovistare in giro, e nella foga ruppe la puntina del grammofono, interrompendo la musica. Nolan tentò invano di fermarli, quando a un certo punto l’omone, nel silenzio, parve avvertire un suono proveniente dal piano superiore. Tuttavia, decise di ignorarlo. Richiamò i suoi uomini e si avviò verso l’uscita.

«Stammi bene a sentire, stramboide» disse, rivolgendosi a Nolan. «Chiuditi in casa e non uscire per nessun motivo. E non far entrare nessuno, quello lì è pericoloso. Ci siamo capiti?»

«V-Va bene» rispose Nolan titubante, e poi li salutò chiudendo la porta. Mentre i ragazzi lo raggiungevano, tirò un respiro di sollievo.

«Non ci credo, quel maniaco è ancora in circolazione» esclamò Jack.

«Conosci Koban?» domandò Nolan, e Jack annuì.

«Una vecchia storia.»

Nolan lo osservò con sguardo serio, in silenzio per qualche istante, poi gli chiese se loro fossero veramente dei pirati.

«Certo» esclamò Jack senza la minima esitazione.

L’uomo rimase stupito dalla schiettezza di quella risposta.

«Non lo sembrate proprio» esclamò sorridendo. In effetti i pochi pirati che aveva incontrato nel corso dei suoi viaggi si erano dimostrati decisamente diversi, tutt’altro che amichevoli. Inoltre, i cacciatori li dipingevano come esseri crudeli e meschini. Jack e i suoi però erano tutt’altra cosa e questo Nolan l’aveva capito fin dal primo momento.

Mentre i quattro stavano per riprendere il discorso su Trouble, sentirono battere violentemente alla porta. Nolan fece per aprirla ma non ci riuscì. Pian piano, la stanza cominciò a riempirsi di fumo.

«Che succede?» domandò Jaime, inquieta.

«Quel bastardo ci ha chiusi dentro e ha dato fuoco alla casa» rispose Jack preoccupato. «Dobbiamo uscire di qui, e in fretta!»

Nolan era incredulo. Il suo primo pensiero fu quello di radunare i suoi preziosi tesori per portarli con sé, ma Jack gli fece capire che non c’era tempo. In breve, l’aria nella stanza divenne irrespirabile e dal tetto penetrarono le fiamme.

«Non c’è una finestra in questa casa?!» esclamò Jack.

«Qui ce n’era una, ma è stata sbarrata tempo fa!» rispose Nolan indicando una parete di legno.

Rob le si piazzò davanti ed estrasse la spada.

«Ci penso io» disse, e con un fendente aprì un passaggio.

I quattro saltarono fuori, mentre la casa prendeva rapidamente fuoco. Nolan si voltò e la vide venir avvolta dalle fiamme. Cadde in ginocchio e strinse al petto il libro di geometria, l’unica cosa che era riuscito a portar con sé.

«I miei strumenti, le mie ricerche!» gridò disperato.

Jack non fece in tempo a consolarlo che Koban e i suoi uomini gli si pararono davanti.

«Quelli come te sono duri a morire, Jackson» esclamò l’omaccione con un sorriso beffardo.

Il volto di Jack si fece cupo di rabbia. «C’era bisogno di dar fuoco alla casa, bastardo?»

«Se necessario darò fuoco al mondo pur di vederti morto» rispose Koban, agitando il suo coltello. «Ti farò pentire di avermi tagliato la mano quel giorno».

«L’unica cosa di cui mi pento è di non averti fatto fuori quando potevo, cacciatore di pirati» ribatté Jack. Poi continuò: «Jaime, porta Nolan alla nave. Rob, pensa ai due sgherri. Il bestione invece lo sistemo io.»

«Ricevuto» esclamarono Rob e Jaime all’unisono.

Jack si lanciò all’attacco. Sferrò un pugno e poi un altro ma l’omone non parve risentirne, anzi. Contrattaccò rapidamente col coltello e poi con un calcio. Mancò entrambe le volte il bersaglio.

«Sei lento come allora e due volte più stupido» disse Jack provocandolo. La reazione di Koban fu rabbiosa e avventata, proprio quello che il pirata desiderava. Approfittò della furia del gigante per fargli uno sgambetto e farlo crollare a terra. Poi lo immobilizzò, lo afferrò per il collo e cominciò a soffocarlo.

«Dammi un motivo per non ammazzarti qui e ora» esclamò rabbioso.

Koban quasi sghignazzò. Poi, con voce strozzata, disse: «Gli altri saranno presto qui. Cohm non ti permetterà di lasciare l’isola.»

«Il mercante?» domandò Jack sorpreso.

«Il reggente» ribattè Koban, prima di perdere i sensi per la mancanza d’ossigeno.

Jack lo lasciò. Cohm era il nome del mercante del quale Will era stato schiavo. A quanto pareva, era riuscito a diventare reggente di Yellow.

«Se sa che siamo qui dobbiamo svignarcela, alla svelta» esclamò Jack, lasciando Koban svenuto e affrettandosi verso la nave. Rob lo seguì a passo svelto. Dietro di lui, gli uomini del cacciatore erano a terra. A uno mancava un braccio, all’altro una gamba.

I due pirati si affettarono, dirigendosi alla caverna evitando di passare per la città. Raggiunsero Jaime e Nolan in breve tempo e il gruppo si mosse svelto. Dietro di loro ondeggiavano delle fiaccole; i cacciatori erano sulle loro tracce ma, prima che potessero raggiungerli, i quattro erano già entrati nella grotta. Si fecero strada nell’oscurità, illuminando l’ambiente con la torcia lasciata all’uscita precedentemente.

«Mi spiace averti coinvolto, Nolan» esclamò Jack. «Temo che Yellow non sia più un posto sicuro per te.»

«Non lo è mai stato» rispose l’uomo, crucciato. «Quest’isola non è un luogo ideale per gli studiosi come me. In una notte ho perso tutte le mie reliquie, tutti i miei appunti. Anni di ricerche andati in fumo!»

In breve i quattro arrivarono nei pressi dell’entrata della grotta. La cima era ancora tesa e attraversabile. Dall’altro capo, Will e Bonnie attendevano il loro ritorno. Rob e Jaime si avviarono e attraversarono rapidamente il ponte di corda. A Nolan però l’idea di restare sospeso sui gorghi d’acqua non piaceva proprio.

«Mi spiace che tu abbia perso i tuoi tesori» gli disse Jack, vedendolo esitare. «Ma non disperare. Il mondo è pieno di oggetti da trovare, di cose da scoprire. E di avventure da vivere.»

Nolan non era del tutto convinto. Jack gli poggiò le mani sulle spalle e lo guardò dritto negli occhi.

«Io troverò Haven» continuò il pirata, «e quando sarà mio, qualunque cosa sia, lo condividerò con te. Diventa un mio compagno.»

Poi il giovane si voltò e piegò leggermente le ginocchia.

«Fidati di me» disse, invitandolo a salire sulle sue spalle.

In una sola notte, quasi tutta la vita di Nolan era andata in fumo e ora stava addirittura per unirsi a una ciurma di pirati. Non sapeva a cosa stava andando incontro, né quali fossero le sorprese che il futuro avesse in serbo per lui. Tuttavia, senza comprenderne il motivo, decise di fare qualcosa di terribilmente spaventoso eppure straordinariamente bello: si fidò di quello sconosciuto dagli occhi gentili.

In poco tempo Jack lo portò sulla nave. Poi Rob riavvolse l’arpione e Will tirò su l’ancora, facendo ripartire l’imbarcazione che si allontanò subito dalla costa. I cacciatori erano appena arrivati ad affacciarsi sul mare, ma la nave era già a largo e il vento della notte la conduceva lontano.

Una volta al sicuro, la ciurma si radunò attorno a Nolan e lui si presentò.

«Mi chiamo Nolan Elias» disse, «e sono un dottore.»

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“IL CUORE DI NOVARKANDYA”, una nuova avventura (fantasy)!

Sareste pronti a rinunciare all’unica cosa per cui avete scelto di combattere?
Mirsha è convinta che sia questa l’ultima strada rimasta
per salvare i propri compagni e la loro città.

Da quando il guerriero Senza Nome ha invaso Varenia,
la terra di Novarkandya ha iniziato la propria discesa nel caos.
E così anche la vita della protagonista, vittima – e padrona – di un demone
che prende possesso del suo corpo:

la leggendaria Serpe Alata.

In una corsa contro il tempo, Mirsha e i Ribelli di Varenia si ritroveranno a riscoprire
l’oscuro passato di Novarkandya e 
la vera natura di chi è parte di essa.

 

Finalmente ci siamo: “IL CUORE DI NOVARKANDYA” è ufficialmente edito e ordinabile online nella sua versione cartacea! Amanti del digitale, non temete: è in preparazione anche il formato ebook.

Intanto, ecco gli store su cui è possibile ordinarne una copia:
Amazon, Mondadori Store, IBS, La Feltrinelli, Youcanprint, Libreria Rizzoli, Giunti Al Punto e ancora tanti altri! Scopritelo cliccando sul canale che preferite, e il link vi condurrà subito a destinazione.

Il romanzo è ordinabile anche in libreria, specificando – oltre al titolo – la casa editrice Lettere Animate. Spero, come è accaduto per il mio primo romanzo Colazione Internazionale, di emozionarvi ancora una volta.

Fate amicizia con i miei personaggi, combattete con loro, e… fatemi sapere cosa ne pensate!

 

PS) Non perdete i prossimi post, ci aspettano tante curiosità su questo nuovo romanzo e piccoli assaggi degli eventi in preparazione!

 

A presto,
D.

 

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HAVEN – Capitolo 3

“Trouble, Trouble

Diretto al futuro, guarda al passato

Tre nel mare, tre nel cielo

Parti dal centro, segui la terza

Tre raggi, tre volte

Quando la nona luna è assente

Al centro della corona di spine.”

«Dovrebbe significare qualcosa?» chiese Bonnie con aria scettica.

«È la filastrocca che mi cantava papà quand’ero piccolo» rispose Jack.

«Secondo il signor Benjamin dobbiamo seguirla per trovare la quinta isola» aggiunse Will, «ammesso che esista davvero.»

Erano a largo da un po’ e avevano a lungo discusso sul significato di quelle parole. Avevano avanzato varie ipotesi ma le certezze erano poche.

Jack si mise sul ponte ripetendo ad alta voce la filastrocca per un po’, cercando di venirne a capo. Improvvisamente a Jaime balenò in mente un ricordo. Corse nella stiva e frugò tra i suoi oggetti personali. All’interno di un piccolo bauletto conservava con gelosia una raccolta di libri e fogli di vario genere. A quel tempo, la carta era qualcosa di estremamente raro e comunque poco utile nella vita di tutti i giorni. A Jaime però piaceva collezionarla da sempre, fin da quando su Talk aveva trovato, tra i resti di un naufragio, uno stralcio di quello che un tempo era conosciuto come “fumetto”. Da allora era sempre stata alla ricerca di fogli, riviste e quant’altro del genere sopravviveva al mare.

«Ecco capitano, ecco!» esclamò entusiasta, porgendo a Jack un foglio.

Si trattava di un disegno raffigurante le quattro isole e una serie di linee e curve, con grafici e simboli.

«È una mappa del mondo» continuò la ragazza. «Contiene le coordinate per raggiungere qualunque punto, anche se ancora non ho capito come leggerle.»

«Dove l’hai presa?» domandò Jack, stupito.

«Me la diede un uomo qualche tempo fa, prima che ci conoscessimo.»

Jaime raccontò al capitano che qualche anno prima era arrivato in visita su Talk un certo Nolan. Era molto abile nel disegno e portava con sé molta carta.

«Provai a rubargliela, ma mi beccò subito» aggiunse ridendo. «Poi però si dimostrò gentile e decise di regalarmi questa. Mi disse che era una delle sue prime creazioni e che dovevo averne cura.»

Jack guardò quella mappa con attenzione. Pur non sapendone interpretare i simboli e le scritte, riconobbe le quattro isole. Della quinta però non v’era traccia. Tuttavia, quell’uomo di nome Nolan aveva suscitato il suo interesse. Si convinse che forse avrebbe potuto saperne di più su Trouble e così decise di cercarlo.

«Se ricordo bene mi pare fosse originario di Yellow» esclamò Jaime.

«Quanto tempo per arrivarci, Will?» domandò il capitano.

«Con vento costante, saremo lì in tre giorni» rispose Will. «Tuttavia…»

«Bene» lo interruppe Jack, «partiamo subito allora!»

Difficilmente Will si sbagliava quando si trattava di tempi di navigazione. Dopo esattamente tre giorni la nave raggiunse Yellow, la prima isola. Eppure la ciurma si mantenne a debita distanza dalla costa poiché in quella terra non era la benvenuta.

Il popolo di Yellow era famoso per essere luogo d’origine dei cacciatori di pirati, un gruppo di vigilanti dei mari che aveva istituito un sistema di taglie e ricompense per la caccia ai fuorilegge. Si trattava di gente attiva in tutti i mari ed estremamente pericolosa per i pirati.

Jack era un ricercato. All’epoca non circolava denaro; come ricompensa per la sua cattura, vivo o morto, c’erano un mese di provviste in frutta e ortaggi e tre mesi di servizio di uno schiavo. Sì, su Yellow si coltivavano frutta e ortaggi. E sì, alcune persone – principalmente pirati catturati – venivano sfruttate e persino vendute come schiavi.

«Dunque, come facciamo ad attraccare senza esser visti?» esclamò Bonnie alla ciurma riunita.

«Non si può» le rispose Will. «Le coste a nord e a est dell’isola sono troppo frastagliate per attraccare, mentre a sud ci sono le torri di controllo dei cacciatori.»

«Rimane solo la costa ovest» aggiunse Jack. «Se non ricordo male c’è una caverna che conduce nell’entroterra.»

«Un sentiero segreto?» domandò Jaime.

«Qualcosa del genere» ribatté Will, «ma passarci con la nave è impossibile a causa dei vortici d’acqua che infestano quella zona.»

«Potremmo usare l’aliante» propose Bonnie.

«Non ci sono le condizioni atmosferiche, il vento è troppo debole» sentenziò Will.

Il gruppo rimase per qualche istante in silenzio, poi d’un tratto Rob ebbe un’idea: «Che ne dite di usare l’arpione?»

Delle varie armi di cui disponeva l’Ann Mary, l’arpione era sicuramente la più versatile. Si trattava in buona sostanza di una potente balestra che scagliava robusti dardi di metallo. Rob spiegò l’utilizzo che ne voleva fare e i ragazzi furono subito d’accordo.

Aspettarono che facesse buio, poi si diressero verso la zona ovest dell’isola, facendo attenzione a non essere avvistati. Si tennero a debita distanza dalla costa per evitare di finire risucchiati dai giganteschi mulinelli. Non appena avvistarono la grotta, gettarono l’ancora e si assicurarono che fosse ben fissata al fondale roccioso.

«Saranno circa una trentina di metri dall’ingresso» esclamò Jack, dubbioso.

«Ce la facciamo» lo rassicurò Will.

Legarono una lunga cima alla base di uno dei dardi e lo scagliarono all’interno della grotta. La potenza dell’arpione era tale da consentire al dardo di conficcarsi nella roccia di una delle pareti della caverna. Fissarono poi l’altro capo della cima all’albero maestro della nave, assicurandosi che fosse tesa. Avevano creato così un ponte che dalla nave conduceva direttamente all’interno della caverna. Il problema era che andava attraversato su una cima sospesa sopra dei profondi gorghi d’acqua, diretti nell’oscurità di una caverna sconosciuta. Inoltre non era certo che il dardo avrebbe retto al peso e non si sarebbe staccato.

«Meglio attraversare uno alla volta» propose Will, e gli altri furono d’accordo.

Jack andò per primo. Attraversò il ponte aggrappato a testa in giù. Quando svanì nell’oscurità, per un attimo i ragazzi tribolarono. Poi udirono la sua voce rimbombare: «Venite, qui fa proprio schifo!»

Il capitano accese la torcia di legno che aveva portato con sé e il resto della ciurma ebbe così un punto di riferimento nel buio. Toccò a Rob attraversare, e poi a Jaime. Will decise di rimanere sulla nave e Bonnie gli fece compagnia.

L’interno della grotta era pieno di escrementi di pipistrello ma se non altro era attraversabile a piedi.

«Quanto puzza!» esclamò Jaime facendo una smorfia. «La sorellona ha fatto bene a non venire con noi.»

«Jack, c’è una cosa che vorrei chiederti» disse Rob.

«Come mai anche Will è rimasto sulla nave, scommetto» continuò per lui Jack. Rob annuì.

«Mi è sembrato preoccupato per tutto il viaggio» disse.

Jack sospirò.

«Bè, Will ha vissuto per lungo tempo su Yellow. Era uno schiavo.»

Rob rimase basito.

«Il fratellone William… uno schiavo?!» esclamò Jaime, sorpresa.

Mentre i tre si addentravano nell’oscurità della grotta, sulla nave, Bonnie – attenta come il fratello a queste cose – aveva chiesto a Will come mai fosse stato in ansia per tutto il viaggio. Dopo qualche istante d’esitazione, lui decise di aprirsi e di raccontarle alcuni dettagli della propria infanzia.

Era nato su Yellow, ma i suoi genitori erano morti prima che potesse ricordarli. Era stato adottato da un contadino che lo aveva cresciuto come fosse stato suo figlio.

«Si chiamava Joseph, e aveva una figlia» disse.

Il nome della giovane era Sofia, e i due erano molto affezionati. Raggiunti i sedici anni, avevano progettato di sposarsi. Tuttavia, un giorno sull’isola erano sbarcati due mercanti dell’associazione. Avevano incontrato Sofia per caso e, colpiti dalla sua bellezza, si erano offerti di acquistarla.

«Joseph ovviamente rifiutò, ma quei bastardi non accettarono un no come risposta» continuò Will.

I mercanti rapirono la ragazza. Will la ritrovò la notte successiva in un angolo di strada, in fin di vita. Morì pochi istanti dopo, tra le sue braccia.

«Oh, Will» esclamò Bonnie, abbracciandolo.

Intanto Jack e il suo gruppo si addentravano sempre più nelle viscere della caverna.

«Poi cosa accadde?» chiese Jaime.

«A dire il vero non ne sono sicuro» rispose Jack. «Uno di quei mercanti venne ucciso e Will fu incolpato dell’omicidio.»

Gli oligarchi di Yellow lo condannarono a morte, ma Joseph offrì la propria vita e tutti i suoi beni per salvarlo. Accettarono. Ciononostante, il mercante rimasto in vita era molto influente e pretese che Will fosse fatto suo schiavo.

«Cohm, il “padrone”, si stabilì nelle terre di Joseph e tenne Will come suo schiavo» continuò Jack. «Questo finché non ebbe la sfortuna di incontrare sulla sua strada un certo capitano in cerca di compagni da reclutare.»

Sulla nave, Will si asciugò le lacrime e continuò il suo racconto.

«Fu come venir colpiti dalla luce e dal calore del sole in piena notte» esclamò. «Mi ha trascinato in mare e mi ha detto: “da oggi tu sarai mio compagno d’avventura”.»

«È completamente folle certe volte» disse Bonnie sorridendo.

«Si, è così. Gli devo la vita. E troverò Haven per lui.»

Dopo quindici minuti di cammino incessante tra strettoie e tunnel rocciosi, Jack, Jaime e Rob scorsero finalmente l’uscita della grotta. Spenta la torcia, il gruppo si avviò verso le luci della capitale di Yellow, sede dei cacciatori di pirati.

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