HAVEN – Capitolo 11

Jack e Bonnie diedero fondo a tutte le loro energie per fuggire, affrettandosi tra le palafitte in direzione del molo. Jack sorrideva soddisfatto, Bonnie invece aveva un’aria infastidita.

«Perché sei intervenuto?» chiese. «Avevamo un piano nel caso in cui fossi stata catturata, no?»

«È che m’era venuta voglia di conoscere il capitano delle Lilian» rispose divertito Jack. «E devo ammettere che far saltare in aria quel suo brutto muso è stata un’improvvisata davvero soddisfacente!»

«Ma così come faremo a recuperare la freccia?»

«Come sarebbe? Vuoi dire che non l’hai presa?!»

Nel frattempo May Hawley, ferita e furibonda, si era lanciata all’inseguimento dei due insieme alle sue piratesse. Era riuscita a sputare la granata e ad allontanarsi abbastanza da non riportare gravi ferite. L’arma, forse a causa dell’usura del tempo, si era rivelata meno potente del previsto, pur causando numerosi danni superficiali.

All’interno del Taidon erano rimasti solamente Cohm e i suoi uomini, frastornati ma tutti interi. Will capì che quello era il momento giusto. Mentre Rob si avventava sui cacciatori di pirati, lui si parò davanti a Cohm.

«Salve, padrone» gli disse, estraendo il fucile. «Ti ricordi di me?»

«Tu, maledetto!» esclamò il reggente, tirando fuori dalla cintola una pistola. Will però fu abbastanza veloce da colpirlo in volto col calcio del fucile e disarmarlo.

«Niente scherzi con me, porco schifoso.»

«Altrimenti che farai? Mi ucciderai come hai ucciso il mio socio?»

Will restò per un istante in silenzio, guardandolo negli occhi. «La vendetta non mi ridarà Sofia, questo il mio capitano me l’ha fatto capire chiaramente.»

Gli strappò la freccia dal collo e gli puntò il fucile sui genitali.

«Tuttavia» disse, sorridendo in maniera inquietante, «non ti permetterò di far del male più a nessuno.»

Will fece fuoco. Le urla di Cohm riempirono la stanza fino a che il grasso reggente non perse i sensi per lo shock. Nel frattempo, Rob aveva messo al tappeto i cacciatori. Avevano la freccia, la via era libera.

I due pirati uscirono dall’ingresso principale e si affrettarono a raggiungere i loro compagni.

Intanto, Jack e Bonnie non se la passavano tanto bene. Seminare le feroci piratesse non era affatto semplice. Erano delle ottime tiratrici con l’arco, e a corto raggio erano altrettanto pericolose con coltelli e alabarde. Alcune di loro possedevano persino armi da fuoco, il che rese la loro fuga ancora più difficoltosa.

D’un tratto, i due furono tirati all’interno di un edificio da Sora. La donna li aiutò a scappare attraverso alcune abitazioni.

«Passate attraverso quel bordello abbandonato» disse loro, indicando un edificio. «Seguite il pontile. Se non l’hanno già chiuso, vedrete il molo poco più avanti.»

«Grazie Sora» esclamò Jack.

«Sparisci, moccioso pestifero!» rispose la donna, e lui e Bonnie non se lo fecero ripetere due volte. Sfortunatamente, arrivarono al molo nello stesso momento in cui giunsero le Lilian, che si frapposero fra loro e la Ann Mary. Jack cercò di guadagnare tempo con qualche battuta.

«Ti scuoierò e appenderò la tua testa su una picca» fu la risposta di May Hawley.

Tuttavia, le piratesse non avevano considerato che sulla nave potessero esserci anche altre persone, e questo fece venire un’idea a Jack.

«Jaime!» gridò: «Ti ricordi che bello spettacolo il giorno in cui ci siamo conosciuti?»

Dalla nave non ci fu risposta ma, poco dopo, dal ponte partì un piccolo razzo che volò fin su nel cielo ed esplose, irradiando una luce forte e ricca di colori.

Il diversivo distrasse le Lilian abbastanza da permettere a Bonnie di raggiungere la nave. Non a Jack, che fu afferrato per la maglia da Hawley.

«I tuoi trucchetti non funzionano con me, Jackson!» urlò la donna. In quel preciso istante, sopraggiunse Rob. La sua lama scintillante piombò sul braccio della piratessa come un fulmine, amputandolo di netto. Poi, inseguiti dalle grida della pirata, lo spadaccino e il suo capitano salirono sulla nave.

Will sopraggiunse un attimo dopo. Sparò alla corda che legava la Ann Mary al molo e si aggrappò alla nave facendo perno col piede sul pontile. Così, l’imbarcazione si allontanò abbastanza da essere irraggiungibile dalla terra ferma. Nolan e Jaime uscirono allo scoperto e si affrettarono a issare le vele, mentre le piratesse soccorrevano il loro capitano.

«Fermateli!» gridò la donna. Gli arcieri cominciarono a scagliare le loro frecce, senza però causare danni considerevoli.

Quando i ragazzi raggiunsero il largo, si accorsero che una flotta di circa sette navi era partita dall’isola al loro inseguimento.

«Ciurma, lo so che l’idea non vi piace» esclamò Jack, «ma dobbiamo spegnere le lanterne e renderci invisibili.»

«Non c’è bisogno, capitano» gli disse Jaime. «Quelle bagnarole non raggiungeranno mai questa nave. Fidati di me.»

Jack esitò, ma alla fine decise di fidarsi. Dopotutto, conosceva bene il talento di Jaime nel riconoscere la qualità e le prestazioni delle navi. Quella ragazzina aveva un dono naturale ben più che all’altezza della decennale esperienza dei carpentieri di Talk. E a dimostrazione di ciò, in poco meno di mezza nottata, la Ann Mary seminò tutti gli inseguitori.

«Visto?» esclamò soddisfatta la giovane.

«Sei sempre la migliore, Jaime» le disse il capitano. «Anche il tuo razzo è stato fantastico, ci ha salvato.»

«Bello, eh?» sorrise lei. «Lo sto perfezionando. La prossima volta, esplodendo disegnerà un gigantesco fiore colorato!»

Era stato proprio uno di quei razzi che aveva attirato Jack verso la casa di Jaime, tempo prima. Dopo aver causato il panico tra gli abitanti dell’isola, la giovane era stata circondata e quasi aggredita da alcuni di loro. A tirarla fuori dai guai era stato proprio Jack, che così l’aveva conosciuta. Venuto a sapere del suo straordinario talento, le aveva commissionato una nave senza pensarci due volte. Lei l’aveva realizzata in poco meno di tre settimane insieme a Dom, il suo anziano tutore. Un uomo gentile, un artigiano esperto nonchè un buon maestro.

La Ann Mary era una delle navi più veloci del suo tempo. Attratta dal carisma di Jack, Jaime aveva lavorato giorno e notte con enorme dedizione per realizzarla. Per questo aveva deciso di darle il nome di sua madre, morta quando lei era ancora piccola.

Dopo essersi allontanata da Paradise e aver seminato gli inseguitori, quella nave si apprestava ora a compiere il viaggio più pericoloso che avesse mai affrontato.

«Dobbiamo navigare a nord di Yellow?» domandò Bonnie con stupore. «Nel Mare dei Mostri?»

«Da quelle parti inoltre non c’è Traville, il covo dei Junkers?» chiese Nolan, preoccupato.

«Di Black e dei suoi non dobbiamo preoccuparci» rispose Jack. «Il villaggio galleggiante di Traville è stato smantellato da quando i Junkers hanno preso Clocks. È quella la loro base, ora.»

«Secondo le indicazioni di Sora» spiegò Will «dobbiamo superare il Mare dei Mostri e le tempeste perenni che infuriano in quella zona.»

«Non sarà facile» continuò Jack, «ma una volta oltrepassato quel tratto di mare, ci ritroveremo negli Oceani Oscuri.»

«Black avrà solcato quelle acque molte volte senza mai trovare nulla» obiettò Bonnie.

«Ma lui non aveva questa» esclamò Jack, mostrando all’equipaggio un piccolo oggetto rotondo.

«Ma… quella è una bussola!» esclamò Nolan con entusiasmo: «È funzionante?»

«Secondo Sora, ci indicherà la strada da seguire una volta raggiunti gli Oceani Oscuri» concluse Jack. «Allora, partiamo?»

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HAVEN – Capitolo 10

Il mare era piatto, il tramonto perfetto. Paradise era lontana, a malapena visibile. La Ann Mary ferma sull’acqua, la ciurma radunata sul ponte.

«L’ultimo pezzo della chiave per Haven è al collo di un uomo che arriverà su Paradise domani mattina» spiegò Jack. «Noi glielo ruberemo domani sera.»

«Nel frattempo rimaniamo qui?» chiese Jaime, e il capitano fece cenno di sì col capo.

«Capitano, la signora del Bean…» cominciò col dire Nolan, impacciato. Jack lo interruppe.

«Sì, doc. Sora era un membro della ciurma di Warden» disse. «Loro hanno trovato Haven; ma, prima che me lo chiediate, la risposta è no.»

«Sei sempre il solito» intervenne Bonnie. «Avresti potuto domandarle qualunque cosa, e invece hai scelto di affrontare quest’avventura senza la benchè minima indicazione».

«Veramente» esclamò Will, «le abbiamo chiesto di rivelarci tutto, ma non ha voluto. Non c’è stato modo.»

Per qualche secondo la ciurma rimase in silenzio. Rob, vedendo le loro espressioni deluse, capì e cominciò a ridere fragorosamente.

«Andiamo avanti senza fermarci, ragazzi» disse, e Will gli diede una pacca sulla spalla.

«Lasciate che vi spieghi come stanno le cose» esclamò il capitano. «Stiamo per creare un bel po’ di casino, quindi sarà meglio farlo per bene.»

Il frammento a forma di freccia era stato dato a Sora dal capitano Warden in persona. Tuttavia, quell’oggetto era per lei una reliquia difficile da gestire. Così, aveva deciso di darlo via in uno scambio con un mercante dell’associazione, spacciandolo per un manufatto di poco valore. Sperava che, una volta messo in circolo, sarebbe finito chissà dove e sarebbe stato introvabile per chiunque.

A volte però, le coincidenze della vita permettono il verificarsi di eventi davvero improbabili. Quel mercante, colpito dallo scintillio della freccia e dalle particolari rune incisevi sopra, aveva deciso di farne un pendaglio e l’aveva tenuta per sé. Qualche tempo dopo, lui e il suo socio si erano recati su Yellow e, una sera, la loro strada aveva incrociato quella della giovane e bella figlia di un contadino locale. Gli eventi che ne erano seguiti avevano portato alla morte del socio, alla fuga di uno schiavo e alla presa di potere del mercante.

«Cohm, membro di spicco dell’associazione dei mercanti e attuale reggente di Yellow, è il nostro bersaglio» esclamò Jack.

«Un reggente che lascia la propria isola?» domandò Nolan incredulo.

«Viene qui spesso, a quanto pare» rispose il capitano. «È un uomo molto potente, al punto da tenere sotto scacco l’oligarchia di Yellow. Tuttavia è debole al vizio.»

«In pratica mentre i cani fanno la guardia, il padrone se ne va in giro a fare il maiale» esclamò Bonnie, con espressione disgustata. «E gli abitanti della sua isola non ne sanno nulla.»

«Più o meno è così» disse Jack. «Ora, ecco cosa faremo.»

Il capitano spiegò la strategia che aveva ideato per recuperare la freccia.

A cena i ragazzi definirono i dettagli, poi andarono a letto. Will però non riuscì a prender sonno. Perciò, a un certo punto, decise di alzarsi per prendere una boccata d’aria. Si appoggiò alla battagliola e cominciò a guardare le stelle. Non c’erano nuvole, solo il luccichio degli astri lontani e il candore della luna.

«Guardi sempre il cielo, amico mio» gli disse Jack, raggiungendolo. Nemmeno lui era riuscito a prendere sonno.

«Invece io non posso fare a meno di guardare il mare» continuò, indicando l’oceano. Quella notte le acque erano straordinariamente calme. Limpide e cristalline, riflettevano la luce del cielo notturno come uno specchio. Per un attimo, ai due pirati sembrò che la loro nave fosse sospesa nel firmamento e che potesse solcare la volta celeste da un momento all’altro, svelandone i misteri.

«Che notte fantastica» sospirò Jack.

«Si, lo è proprio» concordò Will.

I due rimasero per un po’ in silenzio a godersi il momento. Jack sapeva che l’idea di rivedere Cohm metteva il suo compagno a disagio, così decise di raccontargli una storia.

«Non ti ho mai parlato» esclamò a un certo punto, «di come l’ho incontrata.»

Will rimase in silenzio ad ascoltarlo.

«Io e David abbiamo sempre desiderato partire e vivere per mare» raccontò il capitano. «La distruzione di Hevalon ci aveva mostrato quanto grande fosse il mondo. Cam Sawaki invece ci aveva insegnato che la volontà rende gli uomini capaci di superare qualunque ostacolo.»

Jack e David erano partiti una notte come quella dal porto di Talk, pronti a vivere avventure di ogni genere.

«I primi due mesi furono straordinariamente difficili» continuò il giovane. «Fortunatamente, David si dimostrò un marinaio eccezionale.»

«Tu sai a malapena nuotare» intervenne Will ridendo.

Jack annuì sorridendo, poi proseguì: «Durante una tempesta, avvistammo una nave in lontananza. Era stata data alle fiamme e pareva non si fosse salvato nessuno. Stavamo per andarcene, quando a un certo punto la vedemmo».

Aggrappata a un barile, esausta, i due avevano scorto una giovane donna di colore. L’avevano salvata e rifocillata.

«Elena» esclamò Will.

«La sua nave era stata attaccata, lei si era salvata per miracolo e aveva perso tutto» disse Jack. «Ma era una donna forte. Persino in un momento del genere riusciva a sorridere, a vedere il lato positivo. A essere ottimista.»

«Doveva essere straordinaria.»

«Io e David ce ne innamorammo. Le chiedemmo di unirsi a noi e lei accettò.»

I tre avevano viaggiato insieme per un po’ e tra loro s’era creato un legame molto forte. Fino a che, un giorno, erano sbarcati su Yellow e lì David aveva preso una decisione.

«Mi disse che l’avrebbe sposata e che avrebbe vissuto una vita tranquilla sull’isola» raccontò Jack. «Che dal primo momento in cui l’aveva vista non aveva desiderato altro.»

«Immagino tu non l’abbia presa molto bene, vero?» chiese Will.

Il compagno annuì e poi rispose: «La verità è che anche io ero innamorato di Elena, ma amavo di più viaggiare per mare. Quando capii che David aveva deciso di rinunciare a tutto per stare con lei, mi resi conto che non aveva più bisogno di cercare la felicità per mare insieme a me. L’aveva trovata in quella persona. E allora non potei far altro che accettarlo.»

Tuttavia, poco dopo era accaduto qualcosa di terribile. Una cospirazione, frutto delle ambizioni di alcuni cacciatori di pirati e parte dell’oligarchia di Yellow, aveva condotto sull’isola una nota banda di pirati. L’obiettivo era creare caos, e approfittarne per tentare un colpo di stato. Così, decine di farabutti si erano riversati nelle strade appiccando incendi, razziando beni e provviste. Un gruppo di loro aveva notato una piccola pensione fuori mano. Dentro c’erano Jack ed Elena.

«Non ne fui in grado» esclamò Jack con occhi lucidi. «Ci provai con tutto me stesso, ma non riuscii a salvarla. E se non fossi arrivato tu, Will, sarei morto anche io.»

I due rimasero per qualche secondo in silenzio.

«Sai, a dire il vero non so proprio cosa mi spinse a intervenire in quel momento» esclamò Will. «Essere uno schiavo mi aveva trasformato nell’ombra di me stesso. Non provavo nulla, non sentivo più niente.»

«Lo facesti perché avevi una disperata voglia di tornare a vivere, e di lasciarti il passato alle spalle» disse Jack mettendogli una mano sulla spalla. «Perché sei una persona buona. Perché sei forte. E l’unica cosa che può fermarti sei tu stesso.»

Will non aveva mai avuto una grande stima di sé e anche quella notte faceva fatica a credere in sé stesso. Ciononostante, aveva deciso di credere nel suo capitano e quelle parole non fecero altro che ricordarglielo.

«Grazie» disse sorridendo, e Jack ricambiò il sorriso. Poi tornò ad ammirare il mare.

«Anche nei momenti peggiori, lei rideva» ricordò. «Era ottimista, guardava sempre al futuro. Per questo, dopo la sua morte, e dopo ciò che fece David, decisi che ti avrei liberato a qualunque costo per portarti con me e proseguire il mio viaggio.»

Il capitano stiracchiò le braccia e si allontanò, dicendo che sarebbe andato a dormire. Prima di entrare in cabina, gli rivolse un ultimo sguardo.

«Sono partito da Talk con un amico. Ci sono ritornato con un fratello» disse. «E poi Bonnie, Robbie, la piccola Jaime e questa bellissima nave che ha costruito per noi. E Nolan. Voi tutti siete divenuti la famiglia che ho sempre desiderato.»

Il mattino seguente, così come da indicazione di Sora, la nave di Cohm sbarcò su Paradise. Insieme a lui c’erano alcuni cacciatori di pirati a fare da scorta. Durante il giorno, il mercante incontrò le Lilian per trattare la compravendita di schiavi. Nel pomeriggio invece, lui e il suo seguito si recarono al Taidon, il locale gestito direttamente dal capitano delle piratesse, la terribile May Hawley.

Durante quella serata nessuno si accorse che tra le cameriere c’era anche Bonnie, infiltratasi grazie a un contatto di Sora. Il suo compito era semplice: aspettare che tutti fossero abbastanza ubriachi da rubare la freccia indisturbata, per poi fuggire passando tra le palafitte insieme a Rob e Will, che l’aspettavano nascosti proprio sotto al locale.

Dopo una lunga attesa però, i due ragazzi decisero di affacciarsi a una delle finestre, preoccupati. Videro la loro compagna incatenata vicino al trono sulla quale sedeva May Hawley.

«Sei stata brava, hai fatto un solo errore» disse quest’ultima. «Per quanto io beva, non mi ubriaco mai.»

«Ma il tuo alito puzza lo stesso come un cadavere putrefatto» le rispose Bonnie, prendendosi in tutta risposta un violento schiaffo.

«Mi divertirò un sacco con te» esclamò soddisfatta Hawley.

Rob fu tentato dall’intervenire, ma Will lo tenne a bada. Oltre a un nutrito gruppo di piratesse, nella stanza c’erano anche Cohm e i suoi cacciatori.

«Non è il momento per colpi di testa» osservò Will. Ma fu proprio in quel momento che la porta del locale si aprì, e Jack fece il suo ingresso.

«Buonasera, signori e signore» esclamò spavaldo. «È qui la festa?»

Immediatamente le piratesse e i cacciatori si alzarono in piedi e lo circondarono, ma prima che potessero mettergli le mani addosso lui tirò fuori dalla tasca una sfera di metallo.

«Piano, piano. Lo sapete cosa è questa?» domandò.

Per un istante, l’intera sala ammutolì e tutti rimasero fermi. Poi Hawley ordinò al personale del locale di andare via.

«Dove l’hai presa quella?» esclamò, osservando Jack palleggiare con quello strano oggetto. Si trattava di un’arma, una granata risalente all’epoca precedente.

«La tenevo da parte proprio in occasione del nostro incontro, May Hawley» rispose il ragazzo. «Devo dire che le leggende sul tuo conto non ti rendono giustizia. Sei veramente brutta.»

«Credi forse che ti lascerò andar via dalla mia isola, pidocchio?!»

«Comincia col liberare la mia compagna.»

Dopo aver esitato abbastanza, Hawley decise di liberare Bonnie dalle catene e la accompagnò personalmente vicino a Jack.

«Te ne farò pentire, Jackson!» disse sputando la donna.

«Non credo proprio» replicò Jack. Poi tolse la sicura alla granata e la spinse in bocca alla piratessa. «Addio!»

Prese Bonnie per mano e uscì di corsa dal locale. Pochi secondi dopo, la granata esplose.

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HAVEN – Capitolo 9

Jack e Chaki erano già agganciati all’aliante quando Nolan avanzò con insistenza le proprie obiezioni. Sapeva bene che il ragazzino era un terribile nemico – e ne aveva di certo paura – ma lo considerava un proprio paziente. Sapere che stava andando incontro a morte certa, dopo che aveva passato gli ultimi giorni a prendersene cura e a tamponare i terribili effetti dell’acqua nera, gli causava non pochi dilemmi morali.

«Poche storie, doc» replicò Jack. «Siamo pirati, l’etica non è il nostro forte.»

In quel momento Will liberò l’aliante. La velocità della nave fece gonfiare rapidamente la vela e quando l’apparecchio raggiunse la quota giusta, Jack sganciò la corda che lo teneva legato all’imbarcazione. Lui e Chaki erano ora in volo verso Caradas.

Jack chiese al ragazzino come si sentisse. Lui non riuscì a rispondere. Era di certo debole per lo stress fisico dovuto ai postumi dell’acqua nera, ma al contempo il suo corpo era inondato da una scarica di adrenalina. In verità, era spaventato a morte dall’altezza vertiginosa.

«Guarda, la prigione è lì» disse Jack indicando la struttura.

Si erano avvicinati molto quando l’aliante cominciò a planare a grande velocità. Chaki cominciò a gridare, Jack a ridere a crepapelle. Erano quasi arrivati al molo situato di fronte l’ingresso di Caradas quando l’aliante riprese quota di colpo, superandolo.

«Allora piccoletto, che cosa hai intenzione di fare?» domandò Jack. «Ti lascio qui o preferisci continuare il tuo viaggio?»

Mentre l’apparecchio compiva una ripida virata, le guardie della prigione cominciarono a puntare le loro armi contro di esso. Un paio di loro fecero fuoco, a vuoto.

«Non abbiamo molto tempo» insisté Jack. «Il mare mi aspetta. È bellissimo, non trovi?»

Chaki posò lo sguardo sul vasto oceano e sullo scintillio dell’acqua che risplendeva della luce del sole. Per un istante, la sua mente provata dai giorni di sofferenza dimenticò tutto il dolore.

«Io voglio vivere!» gridò.

«E sia!» rispose Jack. Poi si diresse verso la Ann Mary e, dopo un non semplice atterraggio, i due si riunirono al resto della ciurma.

«Visto, Nolan?» disse il capitano al dottore, che nel rivederli sulla nave aveva tirato un sospiro di sollievo. «Ai pirati piace essere liberi.»

Da quel momento il viaggio proseguì senza intoppi. Seppur libero di gironzolare per la nave, Chaki non diede mai alcun problema. Rob e Bonnie lo sorvegliarono comunque tutto il tempo, ma lui non diede noie nemmeno quando avvistarono Paradise.

Si trattava di un’isola quasi del tutto pianeggiante; in buona sostanza, una distesa di sabbia e palme, protetta da una serie di secche che fungevano da barriera tra essa e la forza del mare. Nonostante questo, quando c’era burrasca, l’acqua allagava gran parte dell’isola. Per questo non esistevano strade e tutte le abitazioni erano state costruite su delle palafitte ed erano collegate tra loro da solidi pontili.

«È da un po’ che non veniamo qui, eh?» esclamò Will ormeggiando la nave. «Chissà come sta Sora.»

«Ma soprattutto, le ragazze del Bean avranno sentito la mia mancanza?» disse Jack.

Paradise era stata scoperta da un gruppo di donne, le piratesse Lilian, famose per la loro crudeltà, la straordinaria abilità in battaglia e – soprattutto – il possesso di numerose schiave sessuali. In un primo momento, l’isola era divenuta il loro covo. In seguito ad alcuni accordi con mercanti e schiavisti, era stata trasformata in un’enorme città bordello, sede di numerosi locali e osterie dove bere, mangiare e approfittare dei servizi offerti dalle bellissime ragazze del luogo. Chiunque era ben accetto sull’isola, purché rispettasse due regole: pagare sempre il conto senza creare problemi e non infastidire per nessun motivo le piratesse. In caso contrario, i colpevoli avrebbero verificato di persona la leggenda secondo cui esse collezionassero gli organi genitali dei propri nemici e ne facessero collane e ninnoli per le proprie navi.

«Eccoci qua» esclamò Jack dinanzi all’insegna del Bean, il locale gestito da Sora.

«Dobbiamo proprio entrare qui?» chiese timidamente Nolan. In effetti, durante il tragitto sull’isola, non poche ragazze gli avevano lanciato diverse occhiate e baci. In tutta risposta, Nolan era arrossito e aveva rivolto lo sguardo a terra, imbarazzato al punto da provare disagio.

«Tranquillo, ti tengo la mano» gli disse Jaime ridendo. Ma lui la prese sul serio, le strinse la mano e la ringraziò.

All’interno, il locale era colmo di ragazze splendide e seminude. La maggior parte salutò Jack chiamandolo per nome. Alcune di esse lo abbracciarono e gli tastarono il sedere. Lui non oppose particolare resistenza, e anzi ricambiò la cortesia.

Dopo poco fece la sua comparsa Sora, la proprietaria. Nonostante i suoi quarant’anni, era ancora una donna molto attraente.

«Edward Jackson» esclamò, avvicinandosi a Jack. Lui la salutò con un baciò sulla guancia.

«Il tempo scorre alla rovescia per te, Sora» disse. «Sei splendida.»

«Lo so bene, ma la bellezza non paga i conti» ribatté lei. «E nemmeno tu. A quanto ricordo, mi devi un bel po’. È per questo che sei qui, vero?»

Jack fece un sorriso e le chiese di andare a parlare in un luogo appartato. Sora condusse lui e Will nella sua stanza privata, mentre Nolan, Jaime e Bonnie rimasero nella sala principale in compagnia delle ragazze. Rob invece rimase fuori a guardia di Chaki.

Non appena lui, Sora e Will furono soli, Jack andò subito al sodo.

«Sto cercando Haven» disse. «Benjamin mi ha detto che tu possiedi uno dei frammenti della chiave.»

«Sei uno sconsiderato, ragazzo. Proprio come tuo padre» rispose secca la donna. «Cosa credi che sia Haven?»

«Non ne ho idea, ma è proprio questo il bello.»

«Lady Sora, anche lei era nella ciurma del capitano Warden» disse Will. «Voi l’avete trovato, non è così?»

La donna sospirò e rimase qualche istante in silenzio. Poi rispose: «Sì, lo abbiamo trovato.»

I tre continuarono a conversare ancora per una quindicina di minuti, poi Jack e Will lasciarono la stanza e tornano nella sala principale. A quel punto, si trovarono davanti uno spettacolo interessante: Nolan, chiaramente ubriaco, era steso su uno dei divanetti circondato dalla morsa delle ragazze del Bean. Bonnie era invece vicina al bancone e alternava grossi sorsi d’alcol ad appassionati baci con una giovane e formosa cameriera. Infine, Jaime era stata convinta dalle ballerine del locale a provare i loro provocanti abiti.

«Che bella la nostra ciurma, eh?» esclamò Jack con soddisfazione.

«Se lo dici tu» rispose Will, poco convinto.

Ci mise un po’, ma alla fine il capitano riuscì a radunare tutti e a uscire dal locale. La ciurma consegnò poi Chaki a Sora.

«David verrà su quest’isola, prima o poi» disse Jack al ragazzino. «Nel frattempo lavorerai per la proprietaria del Bean. Ti consiglio di fare il bravo perché, in caso contrario, se non ti ammazza lei lo faranno certamente le Lilian.»

Il giovane tenne il capo basso. Avrebbe seguito quel consiglio.

«Ah, e rifletti su ciò che ti ho detto» aggiunse il capitano. Poi salutò Sora con un bacio, dicendole di metter tutte le spese della ciurma sul suo conto.

«Certo, come no» rispose con ironia la donna.

I ragazzi si diressero quindi verso il centro dell’isola, presso un rigattiere. Jack fece il nome di Sora e chiese di ritirare un certo articolo.

«Tute termiche? E che sarebbero?» chiese Jaime.

«Abiti per tenerci caldi» rispose Will.

«E a che ci servono? Fa sempre caldo in mare» obbiettò la ragazza.

«Non dove stiamo per recarci» sottolineò il navigatore.

Il rigattiere diede loro quelle particolari vesti dicendo che Sora gliele aveva affidate tempo prima e che non sapeva dove la donna le avesse prese.

Nessuno dei membri della ciurma aveva mai visto nulla di simile. Le tute portavano alcune lettere incise sul petto, all’altezza del cuore. In pochissimi erano in grado di capirle, quindi nessuno ci aveva mai fatto caso. Tuttavia Nolan, ancora leggermente brillo, non poté far a meno di leggerle ad alta voce.

«Haven, settore C.»

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HAVEN – Capitolo 8

Dopo aver perlustrato da cima a fondo l’isola, il gruppo tornò sulla nave e attese sotto coperta che il mare disincagliasse l’imbarcazione. Seduti a cena, discussero delle scoperte fatte quella notte.

«Non credevo che esistessero altri esseri del genere» disse Jack. «Demoni del mare.»

«Pensi che quello sia della stessa razza di Tarox?» chiese Will.

«A dire il vero» intervenne Nolan mostrando il disegno che aveva appena terminato, «a giudicare dallo scheletro, la sua fisionomia doveva essere molto diversa.»

Jack aveva sempre descritto Tarox come una balena dalle fattezze mostruose. Il disegno del dottore invece somigliava più a un serpente alato.

«Non so che dirvi, ragazzi» esclamò il capitano, mostrando a tutti la croce trovata nel sottomarino. «So solo che oggi ci siamo avvicinati un po’ di più a Haven.»

Il mattino seguente la marea si alzò e la nave riprese a galleggiare. I ragazzi avevano appena terminato di spiegare le vele quando l’ultimo osso della creatura si inabissò. Non si aspettavano però di trovarsi dinanzi un nuovo ostacolo: una nave.

«Junkers!» esclamò Jack.

Erano in cinque a bordo di una piccola imbarcazione, la stessa che qualche giorno prima li aveva seguiti. A giudicare dai danni allo scafo, anche loro avevano probabilmente navigato di notte a luci spente e si erano imbattuti nei mostri marini.

«Tutti a terra!» gridò Will, e i ragazzi lo seguirono. Nello stesso momento, tre Junkers cominciarono a sparare con armi da fuoco automatiche. Un altro invece tirò una freccia che si conficcò nell’albero maestro della Ann Mary. Alla base c’era una corda legata all’imbarcazione, tesa abbastanza da essere attraversata. Il quinto Junker saltò e corse su di essa con agilità impressionante. Rob se ne accorse e si affrettò a tagliarla, seppur esponendosi al fuoco nemico. Ci riuscì, ma troppo tardi: l’uomo era sulla loro nave e quando la ciurma lo vide, lo riconobbe subito.

«Ma tu sei Chaki» esclamò Jack sorpreso. Era proprio il giovane assassino della ciurma di David. Coperto dalle raffiche di proiettili dei Junkers, il killer estrasse i suoi due pugnali e si avventò su Jack, ma Rob si frappose tra loro e incrociò la sua lama con quelle del nemico.

«A lui penso io» disse lo spadaccino. «Tenete a bada quelle armi da fuoco!»

Will non se lo fece ripetere. Tirò fuori il suo fucile e cominciò a rispondere al fuoco, colpendo in pieno uno dei quattro Junkers. Jack nel frattempo recuperò la cima lanciata dai nemici e cominciò a tirare a sé la loro nave. Non appena riuscì ad avvicinarla, saltò sul ponte nemico e cominciò ad affrontarli.

Sul ponte della Ann Mary invece, Rob e Chaki si davano battaglia senza esclusione di colpi. Lo spadaccino era in difficoltà a causa della straordinaria velocità del suo avversario, che mostrava un inquietante sorriso. I suoi denti erano quasi tutti neri, sporchi.

Era uno degli effetti dell’acqua nera, una droga prodotta sulla nave madre Junkers, la USS Kennedy. Rob si rese conto che la velocità e la forza di Chaki non erano che un potenziamento momentaneo. Provò pena per quel ragazzo, poiché conosceva gli effetti collaterali di quella droga e sapeva bene che si sarebbero manifestati solo qualche ora dopo. E sarebbero stati tremendi.

«Sono deluso, Sawaki» disse l’assassino agitando i suoi pugnali. «Mi hanno detto che sei il miglior spadaccino dei mari, ma in realtà non vali niente. Proprio come quella mezza tacca del tuo capitano.»

Rob non lo degnò di risposta, né variò l’intensità dei propri attacchi.

«Dopo che avrò finito con te» continuò Chaki, «lo spellerò vivo e darò la sua carne in pasto ai mostri del mare!»

Lo spadaccino restò impassibile. Il suo volto non cambiò espressione, né la sua tecnica di combattimento risentì delle provocazioni.

«Perché non rispondi, eh?» esclamò il killer infuriandosi. Proprio in quel momento, Bonnie lo colpì con un pugno sul naso, rompendoglielo, e lo scaraventò a terra.

Per tutto il tempo Rob aveva provato non a colpirlo direttamente, bensì a creare un’apertura che sua sorella potesse sfruttare. E lei aveva osservato attentamente i due guerrieri fronteggiarsi e aveva aspettato il momento giusto per colpire.

Una volta che l’avversario fu a terra, Rob lo disarmò velocemente e gli puntò la lama alla gola.

«Ti rivelerò un segreto, moccioso insolente» disse Bonnie, sogghignando: «Mio fratello è sordo. Dinanzi alle provocazioni lo è sempre stato.»

Nel frattempo, Jack e Will avevano messo al tappeto tutti i Junkers rimasti e la situazione era tornata sotto controllo. In quel momento Jaime uscì dalla propria cabina impugnando un martello da carpentiere, con aria combattiva.

«Dove sono? Dove?!» esclamò, furente.

Bonnie aveva chiesto a Nolan di tenere la ragazzina al sicuro sotto coperta e lui aveva fatto il possibile per trattenerla, almeno fino a che aveva potuto. Una volta uscito sul ponte, il dottore si rese conto che il peggio era passato.

«Ce la siamo cavata, eh piccola?» disse, tirando un sospiro di sollievo.

Jaime sbuffò, delusa. Poi vide i fori di proiettile sparsi per tutta la nave e si affrettò a controllare i danni che la Ann Mary aveva subito durante l’attacco.

«Quei maledetti l’hanno ridotta a un colabrodo!» esclamò. Fortunatamente, l’attacco non aveva causato danni strutturali.

Poco dopo, Jack radunò tutti sul ponte.

«Prenderemo le loro armi e quasi tutte le loro provviste» disse. «I quattro Junkers li lasceremo sulla loro nave con il necessario per sopravvivere qualche giorno. Chaki invece verrà con noi.»

«Sei sicuro, Jack?» domandò Will. «Quel tipo è pericoloso.»

«Proprio per questo lo porteremo a Caradas» rispose il capitano. «Partiamo subito.»

In un mondo dominato dal mare, la legge che prevale è ovviamente quella del più forte. Ognuna delle quattro isole amministrava la giustizia a modo proprio e con proprie regole. Tutte però conducevano i loro prigionieri più pericolosi e ingestibili in un’unica struttura: Caradas, una prigione sull’acqua che si sviluppava nelle profondità marine come un imbuto. Si diceva che solo un uomo, il capitano pirata Raven Crove, fosse riuscito a scappare. Arrivato in superficie, pare avesse rubato una barca, ma era stato raggiunto dopo poco e affondato. Moribondo, era stato dato in pasto ai mostri del mare la notte stessa.

Mentre il vento gonfiava le vele della Ann Mary, Will fece rotta verso la loro prossima destinazione.

«Sei proprio convinto?» domandò a Jack. «Contavo di arrivare a Paradise evitando accuratamente di passare per Caradas, ma tu ti ci vuoi addirittura fermare.»

«Non ho detto questo» gli rispose Jack sorridendo. «Non sono così pazzo da sbarcare volontariamente su quel covo di maniaci della tortura.»

«Ma un po’ pazzo lo sei, vero?» disse Will, osservando l’espressione divertita di Jack. In effetti, ciò che aveva in mente di fare il capitano era tutt’altro che assennato.

Per arrivare alla prigione ci volevano alcuni giorni ma Chaki, legato all’albero maestro, aveva cominciato a star male già la sera della partenza. Alla vergogna per l’esser stato fatto prigioniero, e al naso rotto da Bonnie, si aggiunsero i devastanti effetti collaterali dell’acqua nera. Jack gli mise davanti un secchio, dicendogli di centrarlo e di non sporcare il ponte. Lui non capì quel gesto finché poco dopo non cominciò a vomitare come mai prima d’allora. Poi arrivarono i dolori alle ossa e ai muscoli, la febbre e i tremori.

Durante la notte l’orgoglio del ragazzino cedé. In preda agli spasmi e al malessere, con voce flebile riuscì a pronunciare una sola parola.

«Aiuto!»

Si risvegliò il mattino seguente, sotto coperta. Steso su di un letto, trovò Bonnie al proprio fianco e persino Rob poco più lontano. Si sentiva debole, così stanco da non riuscire a mangiare. Nonostante questo, la ragazza provò a imboccarlo con alcuni sorsi di zuppa, e lui parve apprezzarla.

«Buona, eh?» esclamò lei. «L’ha fatta quella “mezza tacca” del nostro capitano.»

«Da quando un capitano pirata cucina per la propria ciurma?» le chiese Chaki con voce debole.

«È sempre stato bravo a unire ingredienti diversi per creare qualcosa di speciale» rispose Bonnie. «Qualcosa di buono.»

Il giovane tornò a dormire e si risvegliò il giorno seguente. Bonnie gli diede nuovamente una mano a mangiare. Quando fu in grado di alzarsi, Rob lo portò sul ponte e lo legò all’albero. Poco dopo, Jack si avvicinò e sedé al suo fianco.

«Stai meglio, vedo» disse. «Bonnie mi ha detto che hai apprezzato la zuppa di pesce. È la mia specialità.»

«Non era granché» rispose Chaki, sostenuto. Poi continuò: «Suppongo di doverti ringraziare. Anche di avermi di nuovo legato all’albero maestro.»

«Che vuoi farci, sei prigioniero su una nave pirata» rispose Jack. Poi il suo tono di voce si fece serio: «Lo sai che sto per portarti a Caradas, vero?»

«Fa’ pure» disse il ragazzino. «Il capitano verrà a prendermi.»

«David?» domandò Jack. Poi si alzò e fissò Chaki negli occhi. «Dimmi, ti ha detto lui di bere l’acqua nera

Il giovane non pronunciò alcuna parola, ma la sua espressione rispose per lui.

«Il tuo capitano conosce bene quali sono i suoi effetti» continuò Jack. «Da ragazzi la provammo insieme. Fu terribile, anche più di come lo è stato per te.»

Poi cominciò a passeggiare su e giù per il ponte. «So che Ragh Black pretende che i suoi alleati la bevano in segno di fiducia. David deve averti chiesto di farlo per lo stesso motivo.»

«Tu non sai niente del mio capitano» rispose Chaki, stizzito.

«Se si è alleato coi Junkers, è probabile che intenda sfruttarli per raggiungere i propri obiettivi. Un gioco pericoloso, in cui è necessario sacrificare dei pezzi. E tu sei uno di essi.»

«Sta zitto!» gridò il ragazzo. «Ti ho detto che non sai niente di me e del mio capitano!»

Jack sospirò.

«Sei innamorato di lui» constatò, guardandolo. «Questo lo capisco. E sei grande abbastanza da porre la tua vita nelle mani sue o di chi ti aggrada. Ma dimmi, lui ha bevuto l’acqua nera insieme a te?»

Il giovane rimase in silenzio, sconcertato.

«Pensaci» concluse Jack, allontanandosi.

Per un istante, Chaki rifletté su quella domanda. Jack aveva indovinato tutto, ma questo non bastò a far vacillare la fiducia che riponeva in David. Tuttavia, quel che accadde dopo lo mise in crisi. Tra gli effetti collaterali, arrivarono infine quelli dovuti alla dipendenza. In lui scaturì un desiderio incontrollato, che lo trasformò in una bestia. Cominciò a dimenarsi, a gridare. Disse di tutto, offrendosi in tutti i modi pur di avere altra acqua nera. La sofferenza era tale che a un certo punto Rob lo dovette tramortire.

«È terribile» esclamò Jaime nel vederlo esanime. «Non possiamo proprio far nulla per aiutarlo?»

«No, dobbiamo solo aspettare che passi» le rispose Jack. «L’acqua nera crea una dipendenza incontrollabile. Ma se la si continua a bere, in poco tempo porta alla morte.»

Il giorno dopo, Nolan avvistò Caradas col suo cannocchiale. Chaki era esausto. La crisi era passata, ma era ridotto a uno straccio. Jack lo liberò e lo sorresse.

«Ce la fai a stare in piedi?» gli domandò. Lui rispose di sì.

«Allora, Caradas è proprio lì» esclamò il capitano, sorridendo. «Ti affameranno, ti tortureranno e probabilmente ti amputeranno varie parti del corpo. Ce la farai a resistere, diciamo, per più di una settimana?»

Chaki osservò la sagoma della prigione all’orizzonte.

«Cattureranno anche te» disse, con voce sottile.

«Non credo» ribatté Jack. Poi gli indicò la prua della nave: «Vedi? Manca una vela.»

I due si voltarono e videro Will a poppa che fissava l’aliante alla nave.

«Devi sapere che il mio navigatore è un genio» spiegò Jack. «Ha ideato un modo per trasformare all’occorrenza la vela di prua in un aliante. A breve ci faremo un bel giretto.»

«Tu sei pazzo» gli disse Chaki.

Il capitano sorrise ancora. «Sì, ma solo quanto basta.»

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HAVEN – Capitolo 7

Erano passati dodici giorni da quando avevano cominciato a seguire la rotta per Trouble. Se le indicazioni contenute nella filastrocca erano corrette, restavano loro solo altri tre per raggiungere la destinazione e comprendere il significato dell’ultima strofa.

«Ce la faremo, Will?» domandò Jack.

«Se tutto va bene, arriveremo giusto in tempo» rispose il navigatore.

Il capitano si appoggiò alla battagliola di prua a osservare l’orizzonte. Bonnie lo raggiuse poco dopo. Era da quando avevano lasciato Talk che sentiva il bisogno di fargli una domanda e decise che quello era un buon momento.

«Come l’ha presa il vecchio Cam?» chiese.

«Cosa intendi?»

«Di David. È di lui che ti ha chiesto poco prima della partenza, giusto?»

Jack rimase in silenzio per qualche istante.

«Cam considera me e David come membri della sua famiglia» esclamò. «È stato così fin da quando siamo arrivati al tempio da bambini. Lui ci vorrà sempre bene, qualunque cosa facciamo».

«Insomma» sbuffò Bonnie, «non gliel’hai detto che è diventato un bastardo senza scrupoli, dico bene?»

«Credo che me l’abbia letto in faccia» rispose Jack. «David ha scelto la sua strada, noi la nostra. E, se sarà necessario, lo fermerò io» concluse il capitano, dirigendosi sotto coperta.

Nel frattempo Nolan aveva appena terminato di riparare un oggetto recuperato su Talk. Un cilindro che permetteva di ingrandire ed estendere il campo visivo di chi vi osservava all’interno.

«Veniva chiamato “cannocchiale”» spiegò il dottore a Jaime, che gli ronzava attorno curiosa.

«Vediamo se funziona» disse, puntandolo verso l’orizzonte. Poi esclamò soddisfatto: «Ah-ha! Lo sapevo!»

«Funziona?» chiese Jaime.

«Certo» rispose Nolan, «ma non è questo. C’è una nave che ci segue».

In effetti, era da un po’ che un’imbarcazione stava seguendo la loro stessa rotta, mantenendosi a distanza tale da non essere notata.

«La cosa non mi piace» esclamò Jack quando lo seppe. «Dobbiamo seminarli».

Il capitano chiese a Will di mantenere l’andatura veloce anche di notte e scelse di tenere spente le torce. Fu una decisione rischiosa. Tutte le navi che intendevano viaggiare in mare aperto di notte dovevano dotarsi di lampade e torce in abbondanza. La luce teneva infatti lontani i mostri del mare. La Ann Mary possedeva delle particolari torce estremamente luminose, alimentate da speciali misture di oli e cere. Dopo il tramonto, farne a meno significava diventare invisibili per qualunque altro marinaio, ma anche divenire bersagli di creature ben più spaventose.

Quella notte Will la passò al timone, Rob all’arpione e il resto della ciurma di guardia ai quattro lati della nave. Il mattino seguente erano tutti stanchissimi, ma avevano certamente distanziato qualunque inseguitore.

«Nessuno in vista» esclamò Nolan dopo aver scandagliato l’orizzonte col suo cannocchiale. Tuttavia Jack temeva che potessero essere raggiunti. Così, i ragazzi organizzarono dei turni per riposare e si prepararono a passare anche le successive due notti a torce spente.

Durante la seconda notte, Will era a pezzi e quasi si addormentò al timone. Quando il fianco destro della nave fu colpito però, si destò immediatamente dal torpore. Jack si avvicinò rapidamente all’arpione. Rob teneva sotto tiro le acque buie, attento a ogni minima increspatura. D’un tratto, una lunga coda emerse. Aveva scaglie irregolari che splendevano di una fluorescenza azzurra. Non appena la vide, il capitano la indicò e Rob fece fuoco. La freccia dell’arpione si conficcò nella schiena del mostro, che la portò nelle profondità. Sembrò che il peggio fosse passato, ma pochi minuti dopo un altro colpo fece sobbalzare l’imbarcazione.

«Dobbiamo rallentare o ci ribalteremo!» gridò Bonnie.

«Se rallentiamo, ci farà a pezzi!» rispose Will. «Dobbiamo accendere le torce!»

Jack fu d’accordo. Si affrettò ad accendere la più grande e la puntò verso la superficie. Fu a quel punto che il mostro, quasi a voler sfidare la luce, mostrò il suo capo deforme e spalancò le fauci. I suoi denti erano affilati come coltelli, gli occhi invece erano completamente bianchi, vuoti.

Rob colse l’occasione e lo colpì proprio nella bocca, conficcandogli una freccia in gola. Questo bastò a farlo desistere dall’attaccare nuovamente e a farlo tornare svelto verso il fondale. Tuttavia, la ciurma non se la sentì di rischiare ulteriormente e proseguì la navigazione con le torce accese.

Quando il sole sorse erano nuovamente stremati ma, nonostante avessero tenuto le luci accese, pareva che nessuno li avesse individuati.

«Bene» osservò Jack. «Riposiamoci, in serata dovremmo giungere a destinazione.»

La navigazione proseguì tranquilla per il resto della giornata. Al tramonto la nave cominciò a rallentare.

«Ci siamo» disse Will. «Il punto è questo.»

«Qui non c’è niente, Will» esclamò Bonnie. In effetti, davanti a loro non c’era altro che mare. «Credo che tu ci abbia portato nel posto sbagliato.»

«Impossibile» intervenne Nolan. «Ho controllato e ricontrollato. Abbiamo seguito le indicazioni alla perfezione.»

«Forse abbiamo interpretato male la filastrocca» disse Jaime.

Mentre la ciurma discuteva sul da farsi, lo sguardo di Rob si posò su una piccola increspatura della superficie dell’acqua.

«Quello cos’è?» esclamò senza pensarci. Furono le sue prime parole da quando aveva perso l’udito. I compagni ne furono sorpresi, ma felici.

«Uno scoglio?» domandò Will. «Cosa ci fa uno scoglio in mare aperto?»

«Guardate, ce ne sono altri» esclamò Bonnie, indicando altre increspature. Non se n’erano accorti, ma erano circondati da numerose di quelle strane strutture, tutte molto simili. Inoltre, più tempo passava e più il loro numero aumentava.

«È la marea» intuì Nolan. «Il livello del mare si sta abbassando.»

In poco meno di mezz’ora si ritrovarono circondati da una lunga serie di rocce a forma di cuneo, una maestosa formazione semi circolare che si faceva via via più alta e imponente.

Il capitano alzò lo sguardo al cielo, ancora irradiato dalle ultime luci del giorno. Cominciavano ad apparire le prime stelle, ma della luna non v’era traccia.

«La luna nuova» rifletté ad alta voce. Poi si guardò attorno. «“Al centro della corona di spine”»

Jack capì. Si batté il pugno nella mano ed esclamò: «È qui! Trouble è sotto di noi.»

La quinta isola si trovava effettivamente sotto di loro e nel buio della notte, protetta dalla muraglia di scogli, cominciò pian piano a emergere. La nave si arenò su una formazione sabbiosa e i ragazzi non poterono far altro che sbarcare. Portarono le torce con loro e cominciarono a perlustrare l’area.

«Un’isola che emerge dalle acque» esclamò Will. «Ecco perché nessuno riesce a trovarla.»

«È un fenomeno davvero particolare» disse Nolan. «Purtroppo, rende questo posto inabitabile.»

La ciurma camminò a lungo tra sabbia, alghe e rocce, ma pareva che Trouble non avesse altro da offrire. A un certo punto, Jaime notò un grosso macigno dalla forma arrotondata. Lei e Jack si avvicinarono.

«Non è una roccia» disse il capitano, poggiandovi sopra la mano. «È di metallo.»

I due perlustrarono il perimetro dello strano oggetto e cominciarono a farsi un’idea.

«È una nave» esclamò Jaime. «Ma non ne ho mai vista una così. Non c’è il ponte, non ci sono vele. È solo un grosso tubo di metallo.»

«Questa nave non navigava sopra la superficie, ma sotto» disse Jack. Si trattava infatti del relitto di un sottomarino dell’epoca precedente. La superficie dello scafo presentava uno squarcio, che i due pirati decisero di attraversare. Una volta dentro, si fecero largo tra rottami e ciarpame fino alla poppa, dove notarono uno scrigno dorato che poco aveva a che fare col resto dell’ambiente.

«Vediamo di cosa si tratta» disse Jack forzandone la serratura. All’interno vi era una croce di metallo incisa con le stesse rune presenti sul disco lasciatogli da suo padre.

«Questo è il frammento di cui parlava Benjamin» esclamò il capitano. «L’abbiamo trovato!»

D’un tratto, una voce riecheggiò dall’esterno. Will li stava chiamando.

«Visto che roba, Will?» disse Jack, uscendo dal sottomarino.

«È straordinario» rispose il compagno, «ma credo che ciò che ha trovato Rob ti sorprenderà ancora di più.»

Il gruppo si riunì nei pressi di quello che in un primo momento sembrava essere un grosso masso. Rob fece luce con la torcia e Jack si avvicinò, basito.

«Ma questi sono denti!» disse. Si trovava dinanzi al teschio di una bestia mostruosa.

«È enorme» esclamò Jaime. «Questo mostro doveva essere grande quanto…»

«L’intera isola» la interruppe Jack.

Fu in quel momento che la ciurma realizzò che Trouble non era altro che il cadavere di quell’essere gigantesco.

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HAVEN – Capitolo 6

Il temporale aveva danneggiato gravemente il timone della Ann Mary, che ormai era alla deriva da ore. La ciurma di Jack aveva quasi perso le speranze quando, alle prime luci dell’alba, Jaime avvistò in lontananza una colonna di fumo nero.

«Talk» esclamò la giovane, e corse a prendere dei remi. Lei e Will provarono a condurre la nave verso il gigantesco vulcano che appariva all’orizzonte.

Spingendoli in quella direzione, la corrente li aveva salvati. Tuttavia, le condizioni di Rob erano preoccupanti. Nolan e Bonnie lo avevano portato sulla sua branda sotto coperta e gli avevano fasciato il capo. Aveva perso molto sangue e, nonostante si fosse risvegliato, si trovava ancora in stato confusionale. Jack era vicino ai tre compagni, in silenzio, quando Nolan terminò di visitarlo.

«Starà meglio» disse, «ma non potrà più sentire.»

Bonnie ne rimase sconvolta.

«Come è potuto accadere?!» esclamò, portandosi la mano sulla bocca.

«Si è distrutto le orecchie» disse Jack con tono grave. «lo ha fatto da solo.»

«Perché?» chiese lei. Il capitano non rispose.

Dopo un po’ Rob tornò a riposare e Jack radunò l’equipaggio sul ponte.

«Questa notte la nostra rotta ha incrociato quella di un demone del mare» disse. «Il suo nome è Tarox.»

La ciurma rabbrividì.

«Tarox, hai detto?» balbettò Nolan. «Non è possibile, non può esser vero.»

«Che tu ci creda o no, dottore, Tarox esiste eccome» ribatté il capitano. «Si tratta del progenitore dei mostri dei mari. È qualcosa che noi non possiamo comprendere.»

«Stargli vicino» continuò sospirando, «vuol dire ascoltare la sua voce, l’eco. E ascoltare l’eco vuol dire perdere il senno, poi i sensi e infine la vita. Questa notte abbiamo incrociato Tarox e abbiamo udito la sua voce per qualche istante. Saremmo morti tutti se non fosse stato per Rob.»

«Stai dicendo che si è reso sordo per non ascoltare l’eco?» chiese Will, stupefatto.

«Sì. Poi ci ha stordito e legato alla nave per non farci finire in mare» rispose Jack. «Gli dobbiamo tutto.»

Il capitano diede una mano a Will e Jaime coi remi, mentre Bonnie e Nolan rientrarono in cabina per verificare le condizioni di Rob.

«È incredibile» esclamò il dottore. «Credevo che fosse solo una leggenda, invece il demone del mare è reale.»

Bonnie rimase in silenzio per un po’. Accarezzò la fronte del fratello, poi decise di raccontare a Nolan una storia.

Alcuni anni prima era esistito un villaggio sul mare, completamente artificiale e autosufficiente. In molti l’avevano descritto come una vera e propria isola galleggiante, tant’era grande e ricco di abitanti.

«Il nome di questo villaggio era Hevalon» esclamò la ragazza.

Un giorno Hevalon era stato attaccato. Non da pirati o nemici, ma da una forza sovrannaturale. Era bastato qualche minuto. Una costruzione straordinaria, il più grande orgoglio del tempo, si era trasformato in un cumulo di macerie. Nessuno aveva mai capito cosa fosse realmente successo.

«Dei quattrocentoventi abitanti di Hevalon» raccontò Bonnie, «ne sopravvissero solamente sette. Tra questi, solamente due bambini erano riusciti a vedere ciò che aveva realmente distrutto la loro casa.»

«Tarox» esclamò Nolan. «Incredibile. Che fine hanno fatto quei due bambini?»

«Nessuno credé alle loro parole. Persino gli altri cinque sopravvissuti si convinsero che la causa di tutto era stato un tifone o un uragano» continuò Bonnie. «Tempo dopo, i due decisero che avrebbero viaggiato per mare, divenendo famosi pirati.»

Bonnie aveva concluso la storia quando la nave arrivò nei pressi della costa di Talk. Will agitò una bandiera e dal porto giunse un piccolo battello che li rimorchiò fino al molo.

Talk era un’isola molto particolare. Alle pendici del maestoso vulcano attivo Gargantis c’erano le fucine dei carpentieri. Questi erano un gruppo di artigiani esperti e versatili, abili nella lavorazione del metallo, nella costruzione e riparazione di navi, armi e persino abitazioni.

A nord dell’isola, un sottile lembo di terra collegava il vulcano alla capitale. Qui l’equipaggio attraccò, per poi separarsi. Jaime e Will si recarono alle fucine per commissionare ai carpentieri la riparazione della nave. Jack, Bonnie e Nolan invece accompagnarono Rob al tempio Sawaki.

Il tempio si trovava sulla sommità della montagna che troneggiava come una regina di fianco al vulcano. Per arrivarci, il gruppo dovette risalire oltre cinquecento gradini di pietra.

«La ricordavo più breve, questa scalinata» esclamò Jack, che portava Rob sulle spalle. «Non m’è mancata per niente».

Arrivati in cima, gli allievi della famiglia Sawaki accorsero in loro aiuto e portarono Rob nelle stanze del tempio. Cam, il patriarca, accolse i pirati e offrì loro cibo e ristoro.

«È bello vedervi dopo tanto tempo» esclamò l’uomo.

La famiglia Sawaki viveva da generazioni al tempio e in quel luogo insegnava le arti marziali a chi aveva il coraggio di impararle. Lì erano nati Bonnie e Robbie, cresciuti sotto gli insegnamenti di loro zio Cam.

Un giorno, al tempio erano arrivati due ragazzini, giovanissimi ma molto determinati. Cam li aveva presi con sé e li aveva allevati come fossero stati parte della famiglia. Aveva insegnato loro a combattere e ad affrontare la paura. Li aveva resi degli uomini forti e, man mano che le loro capacità andavano aumentando, le loro ambizioni crescevano di pari passo. Finché, raggiunta la giusta età, i due avevano scelto di salpare e vivere per mare.

«Raccontami, Edward» esclamò il patriarca passeggiando insieme a Jack. «Che cosa è accaduto?»

«L’ho incontrato di nuovo, dev’essere il destino» rispose lui. «Tarox.»

Il pirata raccontò all’anziano l’accaduto e lo pregò di fare il possibile per aiutare Rob.

«Ti senti responsabile, non è vero?» gli disse il patriarca. Lui non rispose, ma il suo sguardo era inequivocabile.

«Hai scelto una vita difficile» continuò Cam. «Quando Bonnie e Robbie espressero il desiderio di partire con te sapevo che avrebbero corso dei pericoli, per questo provai a dissuaderli. Tuttavia, la loro determinazione prevalse.»

L’anziano sospirò.

«Loro hanno scelto di credere in te e ci credono tutt’ora» continuò posando una mano sulla spalla del giovane. «Perciò, non dubitare del tuo cammino.»

Si era fatta sera quando la ciurma si riunì al tempio. Jaime e Will avevano preso accordi coi carpentieri, la nave sarebbe stata pronta il mattino seguente. Nel frattempo, le condizioni di Rob erano migliorate. Era sveglio e in piedi, ancora un po’frastornato ma lucido.

«Non ci sente più, eh?» chiese Jaime.

«Già» rispose Bonnie, «ma sta bene. È in gamba, il mio fratellino.»

Jack si avvicinò allo spadaccino e sorprese tutti abbracciandolo. Con quel gesto espresse senza parlare tutta la sua gratitudine e Rob questo lo comprese bene.

I ragazzi si recarono poi a cena, ma furono interrotti da uno degli allievi che comunicò di aver avvistato la nave dei Junkers a largo.

«Cosa ci fanno qui quei maledetti?» domandò Jack, mentre il patriarca si affrettava a dare ai suoi allievi l’ordine di tenere sotto controllo le strade della capitale. Da generazioni spettava infatti ai Sawaki difendere Talk.

Tuttavia, la USS Kennedy non si avvicinò all’isola. Lo fece invece il mattino successivo una piccola imbarcazione con a bordo due Junkers. Schultz, un anziano ma molto scaltro mercante e Dwiz, un sordomuto col volto ricoperto di bende. I due chiarirono subito il motivo della loro visita: commissionare ai carpentieri dei lavori di riparazione.

«Suvvia, si tratta di lavoro onesto dopotutto» disse Schultz alle guardie del porto. Poi aprì una delle casse che i due avevano portato con loro, dentro cui c’erano oggetti preziosi e tesori. «E su quest’isola amate l’onestà, dico bene?»

Nel frattempo, la ciurma di Jack era pronta a ripartire. Dopo aver ringraziato e salutato il patriarca, i ragazzi si erano diretti alle fucine. Fu lì che incrociarono i due Junkers.

«Jackson, qual piacere fare la tua conoscenza» esclamò Schultz. «Ho sentito parlare molto di te. Il capitano Black non vorrebbe uccidere altri.»

Will si frappose tra il suo gruppo e i due. Mise la mano nel cappotto e strinse il fucile.

«È da un po’ che non sparo a qualcuno» disse. «Forse oggi è il giorno giusto per ricominciare.»

«Calma, ragazzo» rispose il mercante sorridendo. «Io sono un diplomatico, a me la violenza non piace.»

Dwiz fece un passo avanti, minaccioso.

«Questo squilibrato qui invece è di tutt’altro avviso» continuò Schultz.

Per un attimo sembrò che i due gruppi dovessero scontrarsi. Poi l’anziano Junker calmò gli animi di tutti, chiarendo che lui e il suo compagno si trovavano sull’isola solo per affari e che non avevano alcuna intenzione di creare problemi.

«A noi serve che Talk rimanga un luogo tranquillo e accessibile» esclamò, «altrimenti chi altri ci rifornirebbe di armi e munizioni?»

Dopo essersi lanciati qualche occhiata minacciosa, i due gruppi si separarono.

«Quel tipo ha qualcosa che non va» esclamò Jaime riferendosi a Dwiz. «Il suo sguardo non era normale.»

Qualche istante dopo, la ciurma raggiunse il porto. La Ann Mary era stata riparata e i ragazzi erano pronti a salpare.

Jack salì sul ponte e mirando l’orizzonte esclamò: «Will, abbiamo una rotta?»

Il navigatore ci aveva lavorato insieme a Nolan per buona parte della notte prima. Rispose quindi senza esitazione: «Abbiamo una rotta, capitano.»

«Bene» disse Jack. Poi incrociò lo sguardo di Rob e scambiò con lui un sorriso. Puntò il dito verso il mare ed esclamò entusiasta: «Partiamo!»

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Scoprendo altre storie: intervista a Francesco Ambrosio

La sezione del blog “Curiosità Internazionali” si arricchisce di uno nuovo interessante post, in realtà un’intervista: vi presento l’autore FRANCESCO AMBROSIO, autore di numerose saghe letterarie a sfondo fantascientifico, unite a elementi fiabeschi: stiamo parlando deLa Saga dell’Efterion“, “La Saga di Lobo“, “Il Mistero della Magiae l’ultima sagaI ragazzini terribili dello spazio“, a cui da il via il primo titoloMalkha, le avventure del giovane Nedo“.

Ciao Francesco! Raccontaci di te e di come è nata la tua passione per la scrittura.

Sono del ’90 e la mia passione per la scrittura ha origini antiche. Infatti, sin da quando ero bambino mi piaceva creare storie e ho continuato a farlo anche nel corso degli anni ma con poca convinzione. Dopo molte delusioni ricevute dalla vita nel 2014 ho riscoperto la mia passione per la scrittura e mi sono dedicato anima e corpo alla stesura del mio primo romanzo “I guardiani dell’Efterion”. Ci sono voluti mesi e un buon corso di scrittura che mi ha aperto gli occhi e stimolato su come migliorarmi per realizzare il mio sogno.

Com’è nato il tuo nuovo romanzo “Malkha, le avventure del giovane Nedo”? E di cosa parla?

Il mio romanzo fresco d’uscita “Malkha, le avventure del giovane Nedo” nacque per caso qualche anno fa con una storia bizzarra e tanta fantasia, elemento fondamentale, cosa palese in tutti i miei scritti. E travolto dagli scenari che esso mi apriva ho scritto poi anche il seguito, creando così una nuova saga parallelamente a quella dell’Efterion. Questo romanzo è il primo della saga “I ragazzini terribili dello spazio”, incentrata sulle vicende di giovani alieni adolescenti che sono costretti a crescere in fretta per affrontare minacce che aleggiano sullo spazio. Ecco, “Malkha, le avventure del giovane Nedo” parla proprio di questo: di Nedo, un giovane alieno abixino, timido e sognatore, che decide di intraprendere il suo primo viaggio nello spazio alla ricerca del fratello scomparso. Ma questa sua ricerca lo porterà inevitabilmente ad imbattersi nei misteriosi labirinti parastellare del leggendario celestiale di nome Malkha.

Immagina di dare un consiglio a chi coltiva la tua stessa passione. Cosa gli diresti?

Di continuare a scrivere sempre, qualsiasi cosa, in qualsiasi forma. Scrivere fa bene e, se si hanno dei sogni nel cassetto, meglio aprirlo e dedicarsi a ciò che più si ama. La vita è un dono prezioso e in quanto tale è unica per lasciarsi sfuggire i propri sogni. Se possiamo realizzarli adesso, meglio farlo ora piuttosto che aspettare. Crederci, avere pazienza ed essere costanti. Soprattutto costanza è una parola che mi rispecchia molto e, diciamoci la verità, è quella che poi permette di raggiungere degli obiettivi.

Progetti futuri, presentazioni o altri eventi: dove possono seguirti i lettori?

Progetti futuri tantissimi, soprattutto per le cose da scrivere, romanzi da revisionare, concorsi letterari a cui partecipare (tra l’altro, scrivo anche poesie) ma soprattutto presentazioni da fare. Ecco, a questo riguardo mi sono imposto di non scrivere fino a dicembre, e prendermi due mesi per presentare il mio ultimo romanzo, oltre quello precedente. L’8 Ottobre sarò a Roma per ritirare il premio come miglior giovane autore di un concorso letterario. Il 22 ho in programma una presentazione del mio libro “I guardiani dell’Efterion” a Sant’Arpino, il 29 presenterò lo stesso libro a Casamassima in provincia di Bari. Oltre queste date spero di aggiungerne altre per il nuovo romanzo. Insomma, c’è ancora tanto da fare e da organizzare.
Dove seguirmi? Per ora sono attivissimo sul mio secondo profilo Facebook (https://www.facebook.com/francescoambrosio.profiloautore.9) e sul mio blog “Universo Efterion” ( http://universoefterion.blogspot.it/), vetrina di tutti i libri pubblicati fino ad ora, su cui da poco ho iniziato a pubblicare articoli di eventi e interviste fatte ad autori della Campania. Quest’ultima è un’esperienza nuova e stimolante che mi permette di scoprire e conoscere altre realtà della mia terra.

Grazie a Francesco per aver condiviso con noi la sua passione, ma specialmente per i suoi consigli. Nell’attesa dei suoi prossimi scritti, vi ringraziamo per essere stati insieme a noi e vi salutiamo con una chicca a cui nessun lettore sa resistere: una citazione letteraria!

“Tu sarai ricordato, il tuo nome resterà qui per sempre,
questo Tronco ti porterà nel suo grembo
come ha fatto alla tua nascita.
Ritornerai al cuore del Tronco
dove tutto è cominciato.”

Tratto da “I guardiani dell’Efterion”

Potete contattare Francesco Ambrosio alla sua mail personale: frankambrosio1990@libero.it.

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