Scoprendo altre storie: intervista a Francesco Ambrosio

La sezione del blog “Curiosità Internazionali” si arricchisce di uno nuovo interessante post, in realtà un’intervista: vi presento l’autore FRANCESCO AMBROSIO, autore di numerose saghe letterarie a sfondo fantascientifico, unite a elementi fiabeschi: stiamo parlando deLa Saga dell’Efterion“, “La Saga di Lobo“, “Il Mistero della Magiae l’ultima sagaI ragazzini terribili dello spazio“, a cui da il via il primo titoloMalkha, le avventure del giovane Nedo“.

Ciao Francesco! Raccontaci di te e di come è nata la tua passione per la scrittura.

Sono del ’90 e la mia passione per la scrittura ha origini antiche. Infatti, sin da quando ero bambino mi piaceva creare storie e ho continuato a farlo anche nel corso degli anni ma con poca convinzione. Dopo molte delusioni ricevute dalla vita nel 2014 ho riscoperto la mia passione per la scrittura e mi sono dedicato anima e corpo alla stesura del mio primo romanzo “I guardiani dell’Efterion”. Ci sono voluti mesi e un buon corso di scrittura che mi ha aperto gli occhi e stimolato su come migliorarmi per realizzare il mio sogno.

Com’è nato il tuo nuovo romanzo “Malkha, le avventure del giovane Nedo”? E di cosa parla?

Il mio romanzo fresco d’uscita “Malkha, le avventure del giovane Nedo” nacque per caso qualche anno fa con una storia bizzarra e tanta fantasia, elemento fondamentale, cosa palese in tutti i miei scritti. E travolto dagli scenari che esso mi apriva ho scritto poi anche il seguito, creando così una nuova saga parallelamente a quella dell’Efterion. Questo romanzo è il primo della saga “I ragazzini terribili dello spazio”, incentrata sulle vicende di giovani alieni adolescenti che sono costretti a crescere in fretta per affrontare minacce che aleggiano sullo spazio. Ecco, “Malkha, le avventure del giovane Nedo” parla proprio di questo: di Nedo, un giovane alieno abixino, timido e sognatore, che decide di intraprendere il suo primo viaggio nello spazio alla ricerca del fratello scomparso. Ma questa sua ricerca lo porterà inevitabilmente ad imbattersi nei misteriosi labirinti parastellare del leggendario celestiale di nome Malkha.

Immagina di dare un consiglio a chi coltiva la tua stessa passione. Cosa gli diresti?

Di continuare a scrivere sempre, qualsiasi cosa, in qualsiasi forma. Scrivere fa bene e, se si hanno dei sogni nel cassetto, meglio aprirlo e dedicarsi a ciò che più si ama. La vita è un dono prezioso e in quanto tale è unica per lasciarsi sfuggire i propri sogni. Se possiamo realizzarli adesso, meglio farlo ora piuttosto che aspettare. Crederci, avere pazienza ed essere costanti. Soprattutto costanza è una parola che mi rispecchia molto e, diciamoci la verità, è quella che poi permette di raggiungere degli obiettivi.

Progetti futuri, presentazioni o altri eventi: dove possono seguirti i lettori?

Progetti futuri tantissimi, soprattutto per le cose da scrivere, romanzi da revisionare, concorsi letterari a cui partecipare (tra l’altro, scrivo anche poesie) ma soprattutto presentazioni da fare. Ecco, a questo riguardo mi sono imposto di non scrivere fino a dicembre, e prendermi due mesi per presentare il mio ultimo romanzo, oltre quello precedente. L’8 Ottobre sarò a Roma per ritirare il premio come miglior giovane autore di un concorso letterario. Il 22 ho in programma una presentazione del mio libro “I guardiani dell’Efterion” a Sant’Arpino, il 29 presenterò lo stesso libro a Casamassima in provincia di Bari. Oltre queste date spero di aggiungerne altre per il nuovo romanzo. Insomma, c’è ancora tanto da fare e da organizzare.
Dove seguirmi? Per ora sono attivissimo sul mio secondo profilo Facebook (https://www.facebook.com/francescoambrosio.profiloautore.9) e sul mio blog “Universo Efterion” ( http://universoefterion.blogspot.it/), vetrina di tutti i libri pubblicati fino ad ora, su cui da poco ho iniziato a pubblicare articoli di eventi e interviste fatte ad autori della Campania. Quest’ultima è un’esperienza nuova e stimolante che mi permette di scoprire e conoscere altre realtà della mia terra.

Grazie a Francesco per aver condiviso con noi la sua passione, ma specialmente per i suoi consigli. Nell’attesa dei suoi prossimi scritti, vi ringraziamo per essere stati insieme a noi e vi salutiamo con una chicca a cui nessun lettore sa resistere: una citazione letteraria!

“Tu sarai ricordato, il tuo nome resterà qui per sempre,
questo Tronco ti porterà nel suo grembo
come ha fatto alla tua nascita.
Ritornerai al cuore del Tronco
dove tutto è cominciato.”

Tratto da “I guardiani dell’Efterion”

Potete contattare Francesco Ambrosio alla sua mail personale: frankambrosio1990@libero.it.

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HAVEN – Capitolo 5

Si era ormai fatta mattina quando i ragazzi si riunirono sul ponte per discutere la prossima mossa. Cominciarono a ragionare sulla filastrocca e su come interpretarla.

«Non capisco come questa “geometria” possa aiutarci» osservò Jack dubbioso.

«La filastrocca» disse Nolan, indicando alcune frasi del suo libro «contiene indicazioni geometriche. Il raggio e il centro, per esempio, sono concetti di geometria.»

Nolan era uno dei pochissimi uomini al mondo a saper leggere e proprio da quel libro aveva acquisito molte conoscenze in ambito matematico. Nessuno riusciva a seguire i suoi discorsi, e la ciurma in effetti nemmeno ci provava. Solo Will pareva capirci a stento qualcosa.

«Ricapitoliamo» esclamò quest’ultimo. «Se disegniamo tre punti, poi possiamo ricalcare su di essi un cerchio.»

«Esatto» disse Nolan.

«Poi partiamo dal centro» continuò Will, «e seguiamo il raggio per tre volte la sua lunghezza. Ma in che direzione? E poi come facciamo a capire cosa rappresentano questi tre punti?»

«Se fossero stati quattro, sarebbero potute essere le isole» intervenne Jack.

I ragazzi rimasero qualche istante a rifletterci su, poi Rob ruppe il silenzio.

«Una volta le isole erano tre, ricordate?» disse. «Paradise è stata scoperta solo diciassette anni fa.»

«“Diretti al futuro, guarda al passato”» esclamò Jack riflettendo. Nolan a quel punto ebbe un’idea. Chiese a Jaime di mostrargli la mappa che le aveva lasciato. Lei la stese al centro del ponte e il dottore cominciò a disegnarci sopra con un carboncino.

«Disegniamo un cerchio che passa per le tre isole» esclamò. Poi indicò il centro, un punto in mezzo al mare. «Questo è il punto di partenza.»

Restava da capire in che direzione andare. Stavolta fu Bonnie ad avere un’intuizione. Osservando la cartina si rese conto che le tre isole, quasi perfettamente allineate, ricordavano molto tre stelle che lei amava osservare alcune sere, quando l’oceano era piatto e il cielo terso.

«“Tre nel mare, tre nel cielo» rifletté la giovane. «Dobbiamo navigare in direzione della terza stella della “cintura”».

Spesso gli astri erano utilizzati come punti di riferimento dai marinai. Per facilitarsi, in molti avevano dato ad alcune stelle i nomi più disparati. Quelle tre in particolare venivano chiamate “stelle della cintura”.

«Perfetto» esclamò Jack. «Abbiamo una rotta, Will?»

«Abbiamo una rotta» rispose il navigatore. «Restano da capire le ultime due strofe. “Quando la nona luna è assente, al centro della corona di spine”.»

«Per la corona di spine non ne ho idea, immagino lo scopriremo una volta arrivati» disse Nolan. «Il resto credo sia un’indicazione temporale. Dobbiamo giungere a destinazione quando c’è la nona luna nuova dell’anno, vale a dire…»

«Tra quindici giorni» lo interruppe Will. «Non abbiamo molto tempo.»

«Allora partiamo subito» esclamò Jack. «Direzione: centro del cerchio, o qualunque cosa sia!»

La mappa disegnata da Nolan fu di grande aiuto a Will, che riuscì a condurre la nave al punto di partenza in poco più di due giorni. Il vento fu favorevole durante tutto il viaggio e il mare rimase calmo. Il gruppo fece una sola sosta di un paio d’ore per permettere a Rob di pescare, e rifornire così le scorte alimentari. Lo spadaccino utilizzava una canna da pesca fissa, rudimentale ma efficace. L’aveva fatta lui stesso, così come sua era stata la premura di procurarsi dei molluschi da usare come esca.

In quell’occasione, Nolan si era offerto di apportare delle migliorie alla canna. In un primo momento Rob si era mostrato infastidito, essendo molto geloso delle proprie cose e dei propri risultati come pescatore. Nolan però era un tipo molto insistente e, dopo poco, lo spadaccino aveva ceduto.

«Ecco fatto» aveva esclamato il dottore, riconsegnando la canna al proprietario. In poco tempo aveva dotato l’attrezzo di un mulinello brutto a vedersi, ma estremamente efficiente. Rob ci aveva messo un po’ ad abituarsi, dovendo cambiare completamente il proprio stile di pesca. Tuttavia, dopo aver capito che con quella modifica sarebbe stato in grado di pescare prede mai prese prima e molto più grandi, si era affrettato a ringraziare Nolan.

«Lo nascondi bene» gli aveva detto, dandogli una pacca sulla spalla, «ma tu sei addirittura più forte di me.»

Giunti al centro del cerchio, l’attenzione dei ragazzi fu catturata da una boa che ondeggiava sulla superficie dell’acqua. Rob la agganciò e si accorse che una lunga corda la teneva ancorata al fondale.

«Che ci fa una boa a forma di stella in mezzo al nulla?» domandò Jack.

Rob cominciò a tirar su la cima e a un certo punto, legato a essa, emerse un sacchetto. Sopra vi era ricamato un teschio con un osso e un fiore incrociati.

«Lo skull rose, il simbolo dei pirati di Warden» esclamò Jack, riconoscendo il disegno. All’interno del sacchetto, la ciurma trovò un piccolo cofanetto. Non ci volle molto per scoprirne il contenuto: una lettera perfettamente conservata.

Nolan la lesse ad alta voce.

«Sono nato sul mare, ho vissuto in mare e morirò nel mare. Ho visto ciò che il mondo è stato e ho sognato ciò che potrebbe essere. La via per la conoscenza è ardua e piena di insidie, e ciò che scoprirai alla fine potrebbe non piacerti. Ma tu sei un ragazzo così coraggioso, forte come io non sono mai stato. In fondo, qualunque cosa troverai, saranno le scelte che farai a contare davvero. E poi, che importa? È così bello viaggiare. Giusto, Eddy?»

La lettera terminava col disegno dello skull rose e una firma: «Raymond Jackson, navigatore dei pirati di Ardyn Warden.»

«Pare che tuo padre ti abbia fatto partire da questo punto del mare per lasciarti un messaggio» disse Will rivolto a Jack. «Dopotutto, Warden è stato il dominatore dei mari prima della sua misteriosa scomparsa. È plausibile pensare che abbia fatto scoperte eccezionali e che tuo padre voglia farti seguire le sue tracce.»

«Papà non ha mai voluto condividere nulla delle sue avventure con me» replicò secco Jack. «A dire il vero, non ha mai voluto condividere nulla in generale. Di lui ho solo vaghi ricordi di quando ero bambino.»

Jack tirò fuori dalla tasca il disco, ricordo di suo padre, e lo strinse nella mano.

«Mi ha lasciato solo dei frammenti della sua vita» disse. Poi si girò verso la ciurma e sorrise: «In fondo è meglio non sapere nulla, le avventure sono belle proprio perché sono imprevedibili.»

«E le nostre avventure sono solo nostre» esclamò Jaime col solito entusiasmo. Poi continuò: «Allora, partiamo? Trouble ci aspetta!»

Era ormai sera e la “cintura” era visibile nel cielo. La Ann Mary riprese la navigazione e il viaggio proseguì senza troppi intoppi, almeno fino alla quinta notte, quando i ragazzi incapparono in una burrasca. Fu uno dei peggiori fortunali mai incontrati dalla ciurma. Il vento era tale da rischiare di strappare le vele e le onde alte al punto da apparire come montagne d’acqua. Fu proprio all’interno di un’enorme onda che la videro, illuminata dal bagliore intermittente dei fulmini: un’ombra gigantesca, mostruosa.

«Che diavolo è quella cosa?!» gridò Bonnie. Jaime rimase a bocca aperta, Nolan pietrificato. Will intuì, ma non volle crederci.

In quel momento, Jack provò un insieme di emozioni contrastanti. Sorse in lui la folle brama di confrontarsi con quella creatura, l’assurdo desiderio di scontrarsi frontalmente con una forza inarrestabile. Rabbia, paura, odio e gioia si mescolarono nella sua mente in un turbine di dolore che ben presto divenne una sensazione chiara, fisica e terribile.

Rob fu l’unico a mantenere i nervi saldi. Rimase lucido un paio di secondi in più del resto della ciurma, il tempo necessario a prendere una decisione che di logico aveva ben poco, ma che salvò tutti.

Il mattino seguente, il temporale era passato. Jack si svegliò confuso e ci mise un po’ a realizzare dove si trovasse. Era sulla sua nave, legato all’albero maestro. Vicino a lui, Bonnie e Jaime erano anch’esse bloccate con delle cime.

Le corde erano allentate e così Jack riuscì a liberarsi in poco tempo. Trovò Nolan legato alla battagliola di prua e Will invece al timone. Non capì cosa fosse accaduto finché non vide Rob sul ponte, svenuto a terra. Aveva le orecchie sanguinanti, i timpani completamente distrutti.

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HAVEN – Capitolo 4

La luna era velata da una nuvola quando i tre pirati entrarono in città. Senza dar troppo nell’occhio, passarono tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Rob entrò in un’osteria a chiedere informazioni.

«La ricordavo più piccola questa sottospecie di villaggio di campagnoli» disse Jack, in attesa che il compagno ritornasse. Negli ultimi anni la capitale si era ingrandita molto, soprattutto grazie al lavoro degli schiavi catturati dai cacciatori.

«Ma quello sei tu, capitano!» esclamò Jaime, indicando il disegno di un volto inciso su una tavola di legno appesa a un muro. «Edward Jackson, vivo o morto. Che buffo!»

«Non mi somiglia per niente» sentenziò Jack, imbarazzato. «Anche se forse è meglio così.»

Dopo poco Rob li raggiunse, aveva recuperato qualche informazione utile.

«La casa di Nolan “lo strambo” si trova in cima alla collina» disse.

«Nolan “lo strambo”?» ripeté Jaime.

Rob le fece un cenno col capo: «Così hanno detto.»

Il gruppo si avviò rapidamente verso il ripido sentiero per la collina che troneggiava sull’isola. Procedere al buio non era semplice, ma necessario. Meno persone avrebbero incontrato, minori sarebbero stati i problemi. Comunque, era difficile che qualche isolano si aggirasse per le strade di notte. Yellow infatti era l’unica delle quattro isole su cui era ancora possibile coltivare e la maggior parte della popolazione lavorava la terra tutto il giorno, finendo col crollare dalla stanchezza molto presto. D’altronde, se il mondo emerso poteva godere ancora di frutta e ortaggi, era solo grazie al lavoro degli abitanti di quell’isola.

«Sarà quella lì?» si domandò Jack, indicando un’abitazione diversa dalle altre. Non era una fattoria. Sembrava più una strana torre di legno, piena di cappe e priva di finestre.

I ragazzi decisero di provare a bussare, ma non rispose nessuno. Appoggiando l’orecchio alla porta, Jaime sentì un suono che non aveva mai udito prima.

«Che roba è?» si chiese, quando d’un tratto la porta si aprì e cadde col viso al suolo.

«Cielo! Tutto bene piccola?» domandò colui che aveva aperto. Era alto, coi capelli ricci e un’aria decisamente svampita.

«Sei tu!» esclamò Jaime, rialzandosi. Poi tirò fuori dalla tasca la mappa e glielo mostrò. «Ti ricordi? Mi hai dato questo!»

Per un istante l’uomo rimase disorientato, poi ricordò.

«Sei quella ragazzina di Talk! Che cosa ci fai qui?» chiese.

«Tu sei Nolan, vero?» intervenne Jack.

I ragazzi si presentarono e l’uomo li invitò a entrare. Tutti e tre rimasero basiti nell’udire quel particolare suono che riempiva l’intera casa.

«Di cosa si tratta?» chiese Rob.

Nolan rispose entusiasta: «Musica! Venite, vi faccio vedere.»

Li condusse vicino a un disco che roteava sotto lo scorrere di una puntina. Si trattava di un vinile posto su un vecchissimo grammofono a manovella, recuperato chissà dove, incredibilmente funzionante. Produceva una leggera e dolce melodia.

«Questo l’ho riparato io stesso, non è grandioso?» continuò Nolan. «È stato realizzato prima dell’inondazione del mondo. Non ho idea di come faccia a emettere questo suono, ma è fantastico.»

L’uomo li condusse per tutta la casa e mostrò loro un sacco di oggetti provenienti dal passato. Si comportava come un bambino orgoglioso intento a mostrare agli altri la propria collezione di giocattoli. Rob non ebbe difficoltà a capire come mai lo chiamassero Nolan “lo strambo”.

«Nolan, è davvero fantastico tutto questo» esclamò Jack interrompendolo, «ma ecco, noi avremmo bisogno del tuo aiuto.»

I ragazzi spiegarono all’uomo che stavano cercando Trouble e che speravano lui avesse una mappa o quantomeno qualche indizio per trovarla. La risposta però fu negativa.

«Non posso aiutarvi, mi spiace» disse. «Si dice che il capitano Warden l’abbia raggiunta e che la sua ciurma sappia come fare, ma a dire il vero non sono sicuro nemmeno che questa misteriosa isola esista davvero.»

Jack non aveva talenti particolari, ma riusciva istintivamente a capire quando ci si poteva fidare di una persona. Bonnie diceva spesso che lui sapeva guardare nei cuori delle persone. Fu questo suo istinto naturale che lo spinse a fidarsi di Nolan.

«C’è una filastrocca che vorrei ascoltassi» gli disse, e condivise con lui le indicazioni che il padre gli aveva lasciato.

Nolan ci rimuginò su qualche istante, poi corse a recuperare un libro al piano superiore dell’abitazione. Scese in tutta fretta e lo mostrò ai ragazzi.

«Secondo me questo vi può essere utile» esclamò, cominciando a sfogliarlo.

Jaime gli si avvicinò curiosa.

«Che cos’è?» chiese, e Nolan le rispose: «Un libro di geometria.»

«Un… cosa?» domandò Jack perplesso, quando improvvisamente qualcuno bussò alla porta.

«Nolan, dannato pazzoide! Apri immediatamente!» esclamò un uomo da fuori, continuando a bussare sempre più violentemente.

«Koban?! Che cosa ci fa qui a quest’ora?» si chiese Nolan, stupito. Nel sentire quel nome, Jack impallidì.

«Merda! Dobbiamo nasconderci, presto!»

«Di sopra!» gli indicò Nolan.

I ragazzi si avviarono velocemente al piano superiore, mentre lui apriva la porta. Gli si parò davanti un grosso omone calvo, con un coltello al posto della mano sinistra e due uomini al seguito.

«Cosa posso fare per lei, signor Koban?» domandò Nolan. L’omaccione lo spinse via ed entrò in casa.

«Dov’è?!» sbraitò. «Dov’è quella mezza tacca di pirata?»

Nolan tentò di calmarlo: «Pirata? Non c’è nessun pirata qui.»

«I miei hanno visto uno straniero biondo con una spada alla cinta aggirarsi per le osterie della città. E poi, hanno visto anche lui» esclamò l’uomo con arroganza, mostrando una tavoletta di legno con sopra incisa la taglia di Jack. «Si sono diretti proprio qui.»

I tre cominciarono a mettere a soqquadro la casa, rompendo anche alcuni dei preziosi oggetti del passato sparsi in giro. Lo stesso Koban si mise a rovistare in giro, e nella foga ruppe la puntina del grammofono, interrompendo la musica. Nolan tentò invano di fermarli, quando a un certo punto l’omone, nel silenzio, parve avvertire un suono proveniente dal piano superiore. Tuttavia, decise di ignorarlo. Richiamò i suoi uomini e si avviò verso l’uscita.

«Stammi bene a sentire, stramboide» disse, rivolgendosi a Nolan. «Chiuditi in casa e non uscire per nessun motivo. E non far entrare nessuno, quello lì è pericoloso. Ci siamo capiti?»

«V-Va bene» rispose Nolan titubante, e poi li salutò chiudendo la porta. Mentre i ragazzi lo raggiungevano, tirò un respiro di sollievo.

«Non ci credo, quel maniaco è ancora in circolazione» esclamò Jack.

«Conosci Koban?» domandò Nolan, e Jack annuì.

«Una vecchia storia.»

Nolan lo osservò con sguardo serio, in silenzio per qualche istante, poi gli chiese se loro fossero veramente dei pirati.

«Certo» esclamò Jack senza la minima esitazione.

L’uomo rimase stupito dalla schiettezza di quella risposta.

«Non lo sembrate proprio» esclamò sorridendo. In effetti i pochi pirati che aveva incontrato nel corso dei suoi viaggi si erano dimostrati decisamente diversi, tutt’altro che amichevoli. Inoltre, i cacciatori li dipingevano come esseri crudeli e meschini. Jack e i suoi però erano tutt’altra cosa e questo Nolan l’aveva capito fin dal primo momento.

Mentre i quattro stavano per riprendere il discorso su Trouble, sentirono battere violentemente alla porta. Nolan fece per aprirla ma non ci riuscì. Pian piano, la stanza cominciò a riempirsi di fumo.

«Che succede?» domandò Jaime, inquieta.

«Quel bastardo ci ha chiusi dentro e ha dato fuoco alla casa» rispose Jack preoccupato. «Dobbiamo uscire di qui, e in fretta!»

Nolan era incredulo. Il suo primo pensiero fu quello di radunare i suoi preziosi tesori per portarli con sé, ma Jack gli fece capire che non c’era tempo. In breve, l’aria nella stanza divenne irrespirabile e dal tetto penetrarono le fiamme.

«Non c’è una finestra in questa casa?!» esclamò Jack.

«Qui ce n’era una, ma è stata sbarrata tempo fa!» rispose Nolan indicando una parete di legno.

Rob le si piazzò davanti ed estrasse la spada.

«Ci penso io» disse, e con un fendente aprì un passaggio.

I quattro saltarono fuori, mentre la casa prendeva rapidamente fuoco. Nolan si voltò e la vide venir avvolta dalle fiamme. Cadde in ginocchio e strinse al petto il libro di geometria, l’unica cosa che era riuscito a portar con sé.

«I miei strumenti, le mie ricerche!» gridò disperato.

Jack non fece in tempo a consolarlo che Koban e i suoi uomini gli si pararono davanti.

«Quelli come te sono duri a morire, Jackson» esclamò l’omaccione con un sorriso beffardo.

Il volto di Jack si fece cupo di rabbia. «C’era bisogno di dar fuoco alla casa, bastardo?»

«Se necessario darò fuoco al mondo pur di vederti morto» rispose Koban, agitando il suo coltello. «Ti farò pentire di avermi tagliato la mano quel giorno».

«L’unica cosa di cui mi pento è di non averti fatto fuori quando potevo, cacciatore di pirati» ribatté Jack. Poi continuò: «Jaime, porta Nolan alla nave. Rob, pensa ai due sgherri. Il bestione invece lo sistemo io.»

«Ricevuto» esclamarono Rob e Jaime all’unisono.

Jack si lanciò all’attacco. Sferrò un pugno e poi un altro ma l’omone non parve risentirne, anzi. Contrattaccò rapidamente col coltello e poi con un calcio. Mancò entrambe le volte il bersaglio.

«Sei lento come allora e due volte più stupido» disse Jack provocandolo. La reazione di Koban fu rabbiosa e avventata, proprio quello che il pirata desiderava. Approfittò della furia del gigante per fargli uno sgambetto e farlo crollare a terra. Poi lo immobilizzò, lo afferrò per il collo e cominciò a soffocarlo.

«Dammi un motivo per non ammazzarti qui e ora» esclamò rabbioso.

Koban quasi sghignazzò. Poi, con voce strozzata, disse: «Gli altri saranno presto qui. Cohm non ti permetterà di lasciare l’isola.»

«Il mercante?» domandò Jack sorpreso.

«Il reggente» ribattè Koban, prima di perdere i sensi per la mancanza d’ossigeno.

Jack lo lasciò. Cohm era il nome del mercante del quale Will era stato schiavo. A quanto pareva, era riuscito a diventare reggente di Yellow.

«Se sa che siamo qui dobbiamo svignarcela, alla svelta» esclamò Jack, lasciando Koban svenuto e affrettandosi verso la nave. Rob lo seguì a passo svelto. Dietro di lui, gli uomini del cacciatore erano a terra. A uno mancava un braccio, all’altro una gamba.

I due pirati si affettarono, dirigendosi alla caverna evitando di passare per la città. Raggiunsero Jaime e Nolan in breve tempo e il gruppo si mosse svelto. Dietro di loro ondeggiavano delle fiaccole; i cacciatori erano sulle loro tracce ma, prima che potessero raggiungerli, i quattro erano già entrati nella grotta. Si fecero strada nell’oscurità, illuminando l’ambiente con la torcia lasciata all’uscita precedentemente.

«Mi spiace averti coinvolto, Nolan» esclamò Jack. «Temo che Yellow non sia più un posto sicuro per te.»

«Non lo è mai stato» rispose l’uomo, crucciato. «Quest’isola non è un luogo ideale per gli studiosi come me. In una notte ho perso tutte le mie reliquie, tutti i miei appunti. Anni di ricerche andati in fumo!»

In breve i quattro arrivarono nei pressi dell’entrata della grotta. La cima era ancora tesa e attraversabile. Dall’altro capo, Will e Bonnie attendevano il loro ritorno. Rob e Jaime si avviarono e attraversarono rapidamente il ponte di corda. A Nolan però l’idea di restare sospeso sui gorghi d’acqua non piaceva proprio.

«Mi spiace che tu abbia perso i tuoi tesori» gli disse Jack, vedendolo esitare. «Ma non disperare. Il mondo è pieno di oggetti da trovare, di cose da scoprire. E di avventure da vivere.»

Nolan non era del tutto convinto. Jack gli poggiò le mani sulle spalle e lo guardò dritto negli occhi.

«Io troverò Haven» continuò il pirata, «e quando sarà mio, qualunque cosa sia, lo condividerò con te. Diventa un mio compagno.»

Poi il giovane si voltò e piegò leggermente le ginocchia.

«Fidati di me» disse, invitandolo a salire sulle sue spalle.

In una sola notte, quasi tutta la vita di Nolan era andata in fumo e ora stava addirittura per unirsi a una ciurma di pirati. Non sapeva a cosa stava andando incontro, né quali fossero le sorprese che il futuro avesse in serbo per lui. Tuttavia, senza comprenderne il motivo, decise di fare qualcosa di terribilmente spaventoso eppure straordinariamente bello: si fidò di quello sconosciuto dagli occhi gentili.

In poco tempo Jack lo portò sulla nave. Poi Rob riavvolse l’arpione e Will tirò su l’ancora, facendo ripartire l’imbarcazione che si allontanò subito dalla costa. I cacciatori erano appena arrivati ad affacciarsi sul mare, ma la nave era già a largo e il vento della notte la conduceva lontano.

Una volta al sicuro, la ciurma si radunò attorno a Nolan e lui si presentò.

«Mi chiamo Nolan Elias» disse, «e sono un dottore.»

J. Runner

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“IL CUORE DI NOVARKANDYA”, una nuova avventura (fantasy)!

Sareste pronti a rinunciare all’unica cosa per cui avete scelto di combattere?
Mirsha è convinta che sia questa l’ultima strada rimasta
per salvare i propri compagni e la loro città.

Da quando il guerriero Senza Nome ha invaso Varenia,
la terra di Novarkandya ha iniziato la propria discesa nel caos.
E così anche la vita della protagonista, vittima – e padrona – di un demone
che prende possesso del suo corpo:

la leggendaria Serpe Alata.

In una corsa contro il tempo, Mirsha e i Ribelli di Varenia si ritroveranno a riscoprire
l’oscuro passato di Novarkandya e 
la vera natura di chi è parte di essa.

 

Finalmente ci siamo: “IL CUORE DI NOVARKANDYA” è ufficialmente edito e ordinabile online nella sua versione cartacea! Amanti del digitale, non temete: è in preparazione anche il formato ebook.

Intanto, ecco gli store su cui è possibile ordinarne una copia:
Amazon, Mondadori Store, IBS, La Feltrinelli, Youcanprint, Libreria Rizzoli, Giunti Al Punto e ancora tanti altri! Scopritelo cliccando sul canale che preferite, e il link vi condurrà subito a destinazione.

Il romanzo è ordinabile anche in libreria, specificando – oltre al titolo – la casa editrice Lettere Animate. Spero, come è accaduto per il mio primo romanzo Colazione Internazionale, di emozionarvi ancora una volta.

Fate amicizia con i miei personaggi, combattete con loro, e… fatemi sapere cosa ne pensate!

 

PS) Non perdete i prossimi post, ci aspettano tante curiosità su questo nuovo romanzo e piccoli assaggi degli eventi in preparazione!

 

A presto,
D.

 

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HAVEN – Capitolo 3

“Trouble, Trouble

Diretto al futuro, guarda al passato

Tre nel mare, tre nel cielo

Parti dal centro, segui la terza

Tre raggi, tre volte

Quando la nona luna è assente

Al centro della corona di spine.”

«Dovrebbe significare qualcosa?» chiese Bonnie con aria scettica.

«È la filastrocca che mi cantava papà quand’ero piccolo» rispose Jack.

«Secondo il signor Benjamin dobbiamo seguirla per trovare la quinta isola» aggiunse Will, «ammesso che esista davvero.»

Erano a largo da un po’ e avevano a lungo discusso sul significato di quelle parole. Avevano avanzato varie ipotesi ma le certezze erano poche.

Jack si mise sul ponte ripetendo ad alta voce la filastrocca per un po’, cercando di venirne a capo. Improvvisamente a Jaime balenò in mente un ricordo. Corse nella stiva e frugò tra i suoi oggetti personali. All’interno di un piccolo bauletto conservava con gelosia una raccolta di libri e fogli di vario genere. A quel tempo, la carta era qualcosa di estremamente raro e comunque poco utile nella vita di tutti i giorni. A Jaime però piaceva collezionarla da sempre, fin da quando su Talk aveva trovato, tra i resti di un naufragio, uno stralcio di quello che un tempo era conosciuto come “fumetto”. Da allora era sempre stata alla ricerca di fogli, riviste e quant’altro del genere sopravviveva al mare.

«Ecco capitano, ecco!» esclamò entusiasta, porgendo a Jack un foglio.

Si trattava di un disegno raffigurante le quattro isole e una serie di linee e curve, con grafici e simboli.

«È una mappa del mondo» continuò la ragazza. «Contiene le coordinate per raggiungere qualunque punto, anche se ancora non ho capito come leggerle.»

«Dove l’hai presa?» domandò Jack, stupito.

«Me la diede un uomo qualche tempo fa, prima che ci conoscessimo.»

Jaime raccontò al capitano che qualche anno prima era arrivato in visita su Talk un certo Nolan. Era molto abile nel disegno e portava con sé molta carta.

«Provai a rubargliela, ma mi beccò subito» aggiunse ridendo. «Poi però si dimostrò gentile e decise di regalarmi questa. Mi disse che era una delle sue prime creazioni e che dovevo averne cura.»

Jack guardò quella mappa con attenzione. Pur non sapendone interpretare i simboli e le scritte, riconobbe le quattro isole. Della quinta però non v’era traccia. Tuttavia, quell’uomo di nome Nolan aveva suscitato il suo interesse. Si convinse che forse avrebbe potuto saperne di più su Trouble e così decise di cercarlo.

«Se ricordo bene mi pare fosse originario di Yellow» esclamò Jaime.

«Quanto tempo per arrivarci, Will?» domandò il capitano.

«Con vento costante, saremo lì in tre giorni» rispose Will. «Tuttavia…»

«Bene» lo interruppe Jack, «partiamo subito allora!»

Difficilmente Will si sbagliava quando si trattava di tempi di navigazione. Dopo esattamente tre giorni la nave raggiunse Yellow, la prima isola. Eppure la ciurma si mantenne a debita distanza dalla costa poiché in quella terra non era la benvenuta.

Il popolo di Yellow era famoso per essere luogo d’origine dei cacciatori di pirati, un gruppo di vigilanti dei mari che aveva istituito un sistema di taglie e ricompense per la caccia ai fuorilegge. Si trattava di gente attiva in tutti i mari ed estremamente pericolosa per i pirati.

Jack era un ricercato. All’epoca non circolava denaro; come ricompensa per la sua cattura, vivo o morto, c’erano un mese di provviste in frutta e ortaggi e tre mesi di servizio di uno schiavo. Sì, su Yellow si coltivavano frutta e ortaggi. E sì, alcune persone – principalmente pirati catturati – venivano sfruttate e persino vendute come schiavi.

«Dunque, come facciamo ad attraccare senza esser visti?» esclamò Bonnie alla ciurma riunita.

«Non si può» le rispose Will. «Le coste a nord e a est dell’isola sono troppo frastagliate per attraccare, mentre a sud ci sono le torri di controllo dei cacciatori.»

«Rimane solo la costa ovest» aggiunse Jack. «Se non ricordo male c’è una caverna che conduce nell’entroterra.»

«Un sentiero segreto?» domandò Jaime.

«Qualcosa del genere» ribatté Will, «ma passarci con la nave è impossibile a causa dei vortici d’acqua che infestano quella zona.»

«Potremmo usare l’aliante» propose Bonnie.

«Non ci sono le condizioni atmosferiche, il vento è troppo debole» sentenziò Will.

Il gruppo rimase per qualche istante in silenzio, poi d’un tratto Rob ebbe un’idea: «Che ne dite di usare l’arpione?»

Delle varie armi di cui disponeva l’Ann Mary, l’arpione era sicuramente la più versatile. Si trattava in buona sostanza di una potente balestra che scagliava robusti dardi di metallo. Rob spiegò l’utilizzo che ne voleva fare e i ragazzi furono subito d’accordo.

Aspettarono che facesse buio, poi si diressero verso la zona ovest dell’isola, facendo attenzione a non essere avvistati. Si tennero a debita distanza dalla costa per evitare di finire risucchiati dai giganteschi mulinelli. Non appena avvistarono la grotta, gettarono l’ancora e si assicurarono che fosse ben fissata al fondale roccioso.

«Saranno circa una trentina di metri dall’ingresso» esclamò Jack, dubbioso.

«Ce la facciamo» lo rassicurò Will.

Legarono una lunga cima alla base di uno dei dardi e lo scagliarono all’interno della grotta. La potenza dell’arpione era tale da consentire al dardo di conficcarsi nella roccia di una delle pareti della caverna. Fissarono poi l’altro capo della cima all’albero maestro della nave, assicurandosi che fosse tesa. Avevano creato così un ponte che dalla nave conduceva direttamente all’interno della caverna. Il problema era che andava attraversato su una cima sospesa sopra dei profondi gorghi d’acqua, diretti nell’oscurità di una caverna sconosciuta. Inoltre non era certo che il dardo avrebbe retto al peso e non si sarebbe staccato.

«Meglio attraversare uno alla volta» propose Will, e gli altri furono d’accordo.

Jack andò per primo. Attraversò il ponte aggrappato a testa in giù. Quando svanì nell’oscurità, per un attimo i ragazzi tribolarono. Poi udirono la sua voce rimbombare: «Venite, qui fa proprio schifo!»

Il capitano accese la torcia di legno che aveva portato con sé e il resto della ciurma ebbe così un punto di riferimento nel buio. Toccò a Rob attraversare, e poi a Jaime. Will decise di rimanere sulla nave e Bonnie gli fece compagnia.

L’interno della grotta era pieno di escrementi di pipistrello ma se non altro era attraversabile a piedi.

«Quanto puzza!» esclamò Jaime facendo una smorfia. «La sorellona ha fatto bene a non venire con noi.»

«Jack, c’è una cosa che vorrei chiederti» disse Rob.

«Come mai anche Will è rimasto sulla nave, scommetto» continuò per lui Jack. Rob annuì.

«Mi è sembrato preoccupato per tutto il viaggio» disse.

Jack sospirò.

«Bè, Will ha vissuto per lungo tempo su Yellow. Era uno schiavo.»

Rob rimase basito.

«Il fratellone William… uno schiavo?!» esclamò Jaime, sorpresa.

Mentre i tre si addentravano nell’oscurità della grotta, sulla nave, Bonnie – attenta come il fratello a queste cose – aveva chiesto a Will come mai fosse stato in ansia per tutto il viaggio. Dopo qualche istante d’esitazione, lui decise di aprirsi e di raccontarle alcuni dettagli della propria infanzia.

Era nato su Yellow, ma i suoi genitori erano morti prima che potesse ricordarli. Era stato adottato da un contadino che lo aveva cresciuto come fosse stato suo figlio.

«Si chiamava Joseph, e aveva una figlia» disse.

Il nome della giovane era Sofia, e i due erano molto affezionati. Raggiunti i sedici anni, avevano progettato di sposarsi. Tuttavia, un giorno sull’isola erano sbarcati due mercanti dell’associazione. Avevano incontrato Sofia per caso e, colpiti dalla sua bellezza, si erano offerti di acquistarla.

«Joseph ovviamente rifiutò, ma quei bastardi non accettarono un no come risposta» continuò Will.

I mercanti rapirono la ragazza. Will la ritrovò la notte successiva in un angolo di strada, in fin di vita. Morì pochi istanti dopo, tra le sue braccia.

«Oh, Will» esclamò Bonnie, abbracciandolo.

Intanto Jack e il suo gruppo si addentravano sempre più nelle viscere della caverna.

«Poi cosa accadde?» chiese Jaime.

«A dire il vero non ne sono sicuro» rispose Jack. «Uno di quei mercanti venne ucciso e Will fu incolpato dell’omicidio.»

Gli oligarchi di Yellow lo condannarono a morte, ma Joseph offrì la propria vita e tutti i suoi beni per salvarlo. Accettarono. Ciononostante, il mercante rimasto in vita era molto influente e pretese che Will fosse fatto suo schiavo.

«Cohm, il “padrone”, si stabilì nelle terre di Joseph e tenne Will come suo schiavo» continuò Jack. «Questo finché non ebbe la sfortuna di incontrare sulla sua strada un certo capitano in cerca di compagni da reclutare.»

Sulla nave, Will si asciugò le lacrime e continuò il suo racconto.

«Fu come venir colpiti dalla luce e dal calore del sole in piena notte» esclamò. «Mi ha trascinato in mare e mi ha detto: “da oggi tu sarai mio compagno d’avventura”.»

«È completamente folle certe volte» disse Bonnie sorridendo.

«Si, è così. Gli devo la vita. E troverò Haven per lui.»

Dopo quindici minuti di cammino incessante tra strettoie e tunnel rocciosi, Jack, Jaime e Rob scorsero finalmente l’uscita della grotta. Spenta la torcia, il gruppo si avviò verso le luci della capitale di Yellow, sede dei cacciatori di pirati.

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HAVEN – Capitolo 2

Il mare calmo, la brezza leggera e un cielo stellato sono generalmente le condizioni ideali per navigare di notte. Tuttavia, al momento esse erano un miraggio per Jack e la sua ciurma, che dopo essersi allontanati da Clocks avevano beccato un temporale a dir poco maestoso.

Ma nessuna onda era troppo alta per Ann Mary, la loro indomita nave. Una barca a vela monoscafo costruita sulla struttura di un vecchio relitto del passato su Talk, la seconda isola, patria dei maestri carpentieri. Robusta, veloce e attrezzata di tutto punto, era manovrata con maestria da Will Weiss. Timoniere, navigatore e convinto pacifista con la passione innata per le armi da fuoco, Will era uno dei marinai più intelligenti del suo tempo e, stranamente, quando non era al timone soffriva di mal di mare.

Nei lavori a bordo era invece di grande aiuto la giovanissima Jamie Sanders, la meccanica del gruppo. Originaria di Talk, si era intrufolata nella stiva della nave durante il primo varo e, una volta scoperta, aveva convinto Jack a portarla con sé. Un po’ maldestra e fin troppo entusiasta, sapeva farsi voler bene.

Chiudevano il cerchio Bonnie e Robbie Sawaki, ultimi discendenti di una famiglia di maestri d’arti marziali, eredi di antiche tecniche di combattimento. Bonnie era tanto bella quanto letale nel corpo a corpo. Prima di imbarcarsi sulla Ann Mary in molti l’avevano chiamata Bonnie frantumaossa, poiché non c’era uomo che nel provare a metterle le mani addosso non si fosse ritrovato con le ossa a pezzi. Rob invece era un esperto nel maneggiare le armi bianche. La sua spada, un’antica katana, era stata tramandata di generazione in generazione nella famiglia Sawaki ed era il suo più grande tesoro. Tuttavia, egli aveva deciso di metterla al servizio di un giovane capitano pirata.

In effetti, per motivi diversi, tutti su quella nave avevano deciso di dedicare la propria vita a quell’uomo.

Edward Jackson non aveva doti particolari. Non era particolarmente intelligente. Non sapeva navigare da solo, non sapeva nemmeno pescare. Era certo di bell’aspetto, ma questo serviva a poco in un mondo dove sopravviveva solo il più forte. Eppure, non esisteva un capitano più carismatico e amato dalla propria ciurma. Questo perché egli era proprio quel che si dice un sognatore disperato.

«Ah, finalmente un po’ di pace.»

Jack se ne stava steso sul ponte, esausto, a godersi il calore del sole. La notte era passata e si era portata via la tempesta.

«Siamo stati stranamente fortunati» disse Will avvicinandoglisi. «La corrente mi ha messo in subbuglio lo stomaco, ma almeno ci ha avvicinati ad Arcadia più di quanto sperassi.»

«Come va con l’albero?»

«Si è spaccata la trozza, Jaime ci sta lavorando. Magari potresti darle una mano.»

«La trozza, certo» annuì Jack, fingendo di sapere di cosa si trattasse.

«Ripensandoci, è meglio che tu rimanga steso lì» esclamò Will, allontanandosi. Il capitano sospirò, sollevato. Tirò fuori dalla tasca il disco d’argento e la stella sottratta a Regis la sera prima. Entrambi recavano segni e incisioni indecifrabili. Li osservò a lungo, tentando di incastrarli nella speranza che quelle scritte acquisissero senso, ma senza risultato.

Poco dopo gli si avvicinò Jaime, saltellando.

«Tutto a posto capitano, possiamo ripartire» esclamò.

«Bene» le disse Jack, alzandosi. «Vele spiegate, allora.»

Qualche ora dopo, la destinazione si palesò all’orizzonte: Arcadia, l’arca mercato. In origine doveva essere una gigantesca nave adibita al trasporto di persone e merci da un’isola all’altra. In seguito, una serie di danni strutturali ne avevano impedito la navigazione, così l’associazione mercantile che l’aveva finanziata aveva deciso di trasformarla in un mercato sul mare. Nel tempo, la nave era stata arricchita di nuove costruzioni. Quello che una volta era stato lo scafo si era trasformato nella muraglia di una città galleggiante in continua espansione, meta frequente di mercanti e ciurme d’ogni genere. L’obiettivo di Jack era però incontrare un singolare personaggio che viveva ad Arcadia ormai da un po’ di tempo.

Una volta sbarcati, la ciurma si divise. Jamie rimase sulla nave. Rob e Bonnie si recarono alla piazza centrale per recuperare viveri e beni. Jack e Will invece si diressero presso una piccola abitazione isolata dalle altre, tenuta ancorata allo scafo principale da una piccola cima consunta.

«Vecchio, dove ti sei cacciato?» esclamò Jack a voce alta, entrando.

«Tuo padre non ti ha insegnato a bussare, moccioso?» gli rispose una voce roca. Non proveniva dall’interno, bensì dal retro della capanna. All’esterno, su un pontile di legno trasandato, sedeva un vecchio intento a pescare con una canna improvvisata.

«Ma se non sei nemmeno in casa» rispose Jack. E poi continuò, avvicinandosi: «Ti trovo bene, Benny. A parte la puzza di pesce e l’aria da squilibrato, si intende.»

Il vecchio scosse le spalle e ritrasse la canna.

«L’hai trovato?» domandò. Jack tirò fuori dalla borsa che portava con sé la stella di metallo e gliela porse.

«Eccellente» esclamò il vecchio. «Non vedevo questo pezzo da quando il capitano lo affidò a Rex.»

«Mi avevi detto che unendolo al disco che mi ha lasciato mio padre sarei riuscito a ottenere una mappa» disse Jack, estraendo dalla sua sacca il disco d’argento.

«Non una mappa, pirata sventato che non sei altro!» sbottò Benny. «Una chiave.»

«Il disco, la stella,» continuò il vecchio «la freccia e la croce. I frammenti da recuperare sono quattro. E solo se li troverai tutti avrai la chiave per Haven.»

«E gli altri due dove li prendo?»

«La freccia era nelle mani di Sora, non so dove l’abbia nascosta. La croce invece si trova sulla quinta isola, su Trouble.»

Jack si mise una mano sulla fronte. «Ci risiamo con questa storia.»

«Signor Benjamin» intervenne Will, «le isole sono quattro. La quinta è solo una leggenda.»

Il vecchio cominciò a sbraitare buffamente. «Piratucoli presuntuosi che non siete altro! Esiste eccome! E la croce si trova lì perché ce l’ho messa io stesso!»

«Ce l’avevi tu, vecchio?» domandò Jack, stupito.

«Certo che sì! Il capitano Warden affidò i frammenti nelle mani del suo equipaggio. Il disco a Raymond, la stella a Rex, la freccia a Sora e la croce a me. E io l’ho nascosta su Trouble. È lì che dovete recarvi, ma non sarà facile.»

Improvvisamente le urla di una folla riecheggiarono nell’aria. Si sentiva distintamente inneggiare al duello di Arcadia.

«Ho un brutto presentimento» esclamò Will.

«Meglio andare» disse Jack incamminandosi in gran fretta.

«La filastrocca, ragazzo!» gridò loro il vecchio Benjamin, mentre i due si allontanavano rapidamente. «Se vuoi trovare Trouble, ricorda la filastrocca!»

Poco dopo la sua fondazione, fu chiaro che Arcadia non avrebbe retto per molto alle scorribande dei pirati, a cui poco importavano i rigidi regolamenti di comportamento e commercio. L’associazione mercantile aveva istituito quindi una forza di polizia, un gruppo che in cambio di sostanziosi privilegi proteggeva l’arca usando qualunque mezzo e senza il minimo scrupolo. L’idea era che per combattere i malvagi fosse necessario un male ancor peggiore, e in effetti la cosa pareva funzionare. Il problema sorgeva però quando una ciurma pirata ne incontrava un’altra e nasceva un conflitto che creava inevitabilmente danni e disturbi. Per risolverlo, l’associazione aveva istituito il duello. L’abitante che si sentiva minacciato da una lite cominciava a gridare a gran voce la parola “duello”. La popolazione tutta quindi si riuniva all’eco di tale grido, circondava le canaglie e le conduceva a forza nella piazza centrale. A quel punto i pirati coinvolti dovevano lottare fino alla morte, o le poderose balestre piazzate sulle torri ai lati della piazza avrebbero ucciso entrambe le fazioni.

«Lo sapevo» esclamò Will, preoccupato. Lui e Jack si fecero strada un po’ alla volta tra la folla che circondava Bonnie e Rob, intenti a duellare con un omaccione gigantesco.

«Quello è Colosso» esclamò Jack. «Merda, che ci fa lui qui?»

Colosso non era un tipo molto sveglio. Alto oltre due metri, con le braccia ricoperte da un’armatura di metallo che si diceva fosse fusa con la sua pelle, aveva una particolare passione per la carne di squalo, tossica per chiunque altro. E per le donne. Proprio per questo era entrato in conflitto con Bonnie che, in effetti, un carattere paziente proprio non ce l’aveva.

Spalleggiata dal fratello, ella fronteggiava il gigante con abilità, evitando ogni colpo e utilizzando la sua tecnica raffinata per ridirigere la forza dell’avversario contro di lui. Non appena vide un’apertura, Rob tirò un veloce affondo, sicuro di andare a segno. In quell’istante però intervenne un esile ragazzino, che con un paio di robusti pugnali intercettò la katana e contrattaccò. Il suo nome era Chaki ed era un assassino. Letale, rapido e con qualche rotella fuori posto, quel marmocchio di appena quindici anni capovolse le sorti dello scontro. In quel momento arrivò Jack, che si frappose tra i due fratelli e i loro temibili avversari.

«Basta così!» esclamò, rivolgendosi non ai quattro duellanti, bensì a un ragazzo tra la folla che osservava lo scontro con aria soddisfatta.

«Questo scontro finisce qui, David.»

Quel ragazzo fece un passo avanti, carezzandosi i capelli rossi come il fuoco.

«E perché mai dovrebbe finire, Jackie?» esclamò. «Lo sai, i duelli di Arcadia continuano finché qualcuno non muore.»

«Appunto» esclamò Will, dietro di lui. Estrasse dal cappotto un fucile a canne mozze e lo puntò alla testa del ragazzo.

La folla ammutolì. Persino ad Arcadia era quasi impossibile procurarsi un’arma da fuoco. Le poche in circolazione difficilmente erano utilizzabili, e comunque reperire i proiettili era estremamente difficile. Il fucile di Will invece era carico e funzionante, e questo David lo sapeva bene.

«Metti via quell’arma, William» disse quest’ultimo, senza voltarsi né cambiare espressione. «Non sei il tipo da sparare a un uomo alle spalle.»

Will era invece sul punto di premere il grilletto, quando Jack intervenne: «Infatti non lo è.»

Poi si rivolse ai balestrieri di Arcadia. «Invoco il diritto d’esilio per entrambe le ciurme.»

Andar via e non tornare mai più. Il diritto d’esilio era l’unico modo per terminare un duello senza essere uccisi.

«Ti sta bene?» domandò a David con tono minaccioso.

«Stavamo giusto andando via» rispose il giovane. «Venite ragazzi, raggiungiamo gli altri e salpiamo.»

«Ma io voglio rimanere a giocare!» esclamò contrariato Colosso, quasi fosse un bambino capriccioso.

«Lascia perdere quella puttana e vieni qui, stupida bestia» gli rispose David con arroganza.

Bonnie stava quasi per scagliarsi contro di lui, ma Jack la fermò subito.

Colosso annuì e si allontanò come un cane bastonato, e Chaki lo seguì. Dopo un po’ la folla si disperse e gli uomini della forza di polizia scortarono Jack e i suoi compagni alla loro nave, facendoli partire in tutta fretta.

Una volta in mare avvistarono la nave di David, partita poco prima, allontanarsi lungo l’orizzonte.

«Quello stronzo è ancora in circolazione» esclamò Bonnie.

«Credevo che i Junkers lo avessero ammazzato» rispose Jack. «Dev’essersela cavata in qualche modo.»

«Lui e quella ciurma di fenomeni da baraccone» aggiunse la ragazza stizzita, prima di ritirarsi sottocoperta.

Jack rimase sul ponte ancora un po’, perso nei ricordi. Lui e David erano stati amici da bambini. Avevano sognato di viaggiare per mare e vivere insieme grandiose avventure. Finché un giorno non era entrata nelle loro vite una certa ragazza e gli eventi che ne erano conseguiti avevano condizionato per sempre il loro rapporto.

Mentre la nave spariva all’orizzonte e il sole s’immergeva nel mare, un nome balenò nella mente di Jack.

«Elena.»

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HAVEN – Capitolo 1

La storia che mi accingo a scrivervi è ambientata molto tempo fa, in un’epoca ormai lontana.

Le persone di quel tempo poco conoscevano del passato e, a onor del vero, nutrivano ben poche speranze nel futuro. Si viveva quel meraviglioso, dolorosissimo dono chiamato presente senza troppe pretese e con molto per cui sudare. Il mondo era quasi del tutto ricoperto dall’acqua e le terre emerse si contavano sulle dita di una mano. C’era stato un cataclisma, un’inondazione forse causata da un qualche dio collerico. Nessuno sapeva il perché, ma c’erano solo quattro lembi di terra emersa, quattro isole in tutto il globo su cui la gente poteva ancora camminare, e a stento coltivare.

Il nostro racconto comincia una certa sera sulla terza isola, Clocks. Precisamente in una cella della prigione della città capitale.

Jack, o almeno era questo il nome dichiarato all’ingresso, se ne stava appoggiato alle sbarre arrugginite, immobile, con un perenne ghigno sul volto. I suoi occhi grigi erano persi nel vuoto, i capelli arruffati e sporchi. D’un tratto la guardia della prigione gli si avvicinò.

«Tieni, mangia» disse, porgendogli una ciotola piena di un fluido verdastro.

«Quella roba? Neanche per idea» rispose lui, assente.

«Allora» continuò il carceriere sedendosi di fronte alla cella, «arrivi qui aggrappato a un pezzo di legno marcio. Un naufrago come tanti. I miei ragazzi ti sfamano, ti fanno riposare nelle loro stanze. E poi, un attimo dopo, ti beccano nel palazzo del reggente a rovistare nella sala dei tesori.»

«Se tenete tanto a quella robaccia al punto da definirla un “tesoro”, almeno abbiate il buon senso di tenerla sotto chiave come si deve.»

«Tra le quattro isole, nessuna è protetta come Clocks. Qui addestriamo gli uomini, abbiamo armi che altri non hanno. Abbiamo l’elettricità. Non ho dubbi sulla qualità della nostra sicurezza.» Il carceriere sospirò. «Sei tu che sei un ladro, fin troppo esperto.»

«E fin troppo affascinante, anche» sghignazzò Jack.

Il carceriere mise una mano nella sua borsa e tirò fuori un oggetto d’argento. Era una specie di disco con delle incisioni, delle venature regolari.

«Questo lo tenevi con te quando sei arrivato. I ragazzi hanno detto che hai dato di matto quando hanno provato a togliertelo di mano.»

Alla vista del disco, Jack sussultò e il suo volto rabbuiò.

«Le consiglio di andarci piano con quello» disse.

«Che cos’è?» domandò il carceriere.

«Quello» rispose Jack sorridendo in maniera inquietante, «è ciò che si definisce un “tesoro”.»

Improvvisamente si udì un boato in lontananza. Un’esplosione, seguita da grida di donne. Il carceriere ripose il disco nella borsa e si allontanò, preoccupato.

Jack sorrise. «Mi sa che è arrivato il momento di uscire da qui».

C’erano poche certezze in quell’epoca lontana. Una di queste era che navigare di notte a nord di Yellow, la prima isola, voleva dire morte certa. Non per le condizioni metereologiche della zona, perennemente avvolta da nubi tempestose. E nemmeno per i terribili mostri del mare che, si diceva, infestassero quelle acque. Bensì perché quel tratto di mare era stato scelto come base da un nutrito gruppo di uomini, gli unici a possedere una nave tanto grande da riuscire a navigare in tranquillità in quella zona difficilmente accessibile a chiunque altro. Tali uomini si facevano chiamare Junkers, e senza ombra di dubbio potevano essere definiti la più grande accozzaglia di feccia che l’umanità avesse mai visto. A capo di tale banda di reietti senza morale c’era il capitano Ragh Black. In giovinezza, Black ebbe la fortuna di incappare nella USS Kennedy, una gigantesca nave dell’era precedente mantenutasi – chissà come – in ottimo stato. Su quel bestione di metallo egli aveva costituito la sua ciurma di disadattati e iniziato a navigare per il mondo, divenendo ben presto una piaga per chiunque incrociasse la sua rotta.

E ora, dopo sette anni dall’ultimo tentativo fallito, Ragh Black aveva mosso la sua nave alla conquista di Clocks, cominciando come prima cosa a bombardare coi pesanti cannoni di cui disponeva sia il porto che le navi attraccate.

Mentre i civili si rifugiavano in gran fretta nell’entroterra dell’isola e nelle caverne della montagna che la sovrastava, l’esercito a difesa si dispiegava sotto gli ordini dei vari capisquadra. Dalle mura della capitale, gli arcieri scagliavano dardi infuocati. Sulla torre più alta veniva armata in gran fretta una grossa mitragliatrice, una vecchia arma antiaerea, la carta migliore che Clocks potesse giocare contro gli invasori.

Intanto, nella cella in cui era stato confinato, Jack si affannava nel tentativo di piegare le sbarre servendosi di un tubo di metallo staccato a forza dalle condutture della cella, insieme a un panno bagnato di urina. Ne aveva fatto una rozza leva e pian piano stava riuscendo nel suo intento.

«Ancora un altro pochino» disse sforzandosi, finché non ebbe allargato abbastanza le sbarre da passarci in mezzo.

«Bene, sono uscito. Ora devo recuperare il mio disco.»

Fuori, la battaglia infuriava a dismisura. Dopo aver distrutto tutte le navi dell’esercito di difesa, alcuni Junkers avevano utilizzato i loro gommoni motorizzati per invadere l’isola. I soldati li stavano affrontando senza esitare, con caparbietà. Tuttavia, dalla loro i pirati avevano la totale mancanza di paura e di rispetto per la vita, inclusa la propria. Crudeltà e incoscienza, pazzia se vogliamo. Ecco cosa rendeva terribili quegli uomini.

«Meglio stare lontani da quelli lì» esclamò Jack tra sé e sé, quando d’un tratto riconobbe il proprio carceriere nel marasma generale.

Mentre l’uomo si affannava a combattere e a dare ordini, venne colpito a morte e lasciato a terra, solo. Jack gli si avvicinò e raccolse il disco dalla borsa che aveva legata alla cinta.

«Mi spiace amico» disse, «eri fin troppo gentile per questo mondo fuori di testa.»

Improvvisamente fu sorpreso alle spalle da un Junker. Schivò appena in tempo una coltellata, e un’altra ancora. Poi contrattaccò con un calcio al fianco, ma il pirata non accusò minimamente il colpo. Anzi, ne sembrò quasi gioire.

«Sembra che Black abbia ricominciato a farvi bere l’acqua nera, eh?» disse Jack, indietreggiando.

Evitò una serie di fendenti, poi afferrò il braccio armato del pirata e glielo torse, spezzandoglielo con un rapido movimento. Il Junker stavolta sembrò accusare il dolore. Ruggì e si lanciò contro il giovane che, stupito da quella reazione, inciampò. D’un tratto però vide spuntare la punta di una lama dal petto del suo assalitore, che in pochi istanti perse i sensi.

«Eccoti finalmente» disse l’uomo che l’aveva salvato. «Cominciavo a preoccuparmi.»

Jack riconobbe in quella snella figura un caro amico. Aveva i capelli biondi, raccolti in una lunga coda da un nastro rosso. Impugnava una spada sottile e leggera, forgiata sulla base di modelli appartenenti a un passato lontano.

«Grazie per l’aiuto, Rob» esclamò Jack rialzandosi. «Gli altri sono sull’isola?»

«Ci aspettano a largo, a ovest. Hai trovato il pezzo?»

«No, ho cercato dappertutto. Se è davvero su quest’isola, deve averlo con sé il reggente.»

Rob aggrottò la fronte.

«Se è così allora dobbiamo trovarlo» esclamò preoccupato. «In prima linea non l’ho visto, quindi…»

«Quel codardo si sarà rintanato nel suo palazzo» lo interruppe Jack. «Dobbiamo sbrigarci.»

Fino a quattro anni prima, Clocks era governata da Rex Hammond. Questi era un uomo saggio e molto intelligente. Era riuscito a rimettere in funzione un vecchio impianto, una centrale elettrica risalente a prima dell’inondazione. Quello stabile era in effetti ciò che rendeva Clocks diversa dalle altre tre isole. Rex aveva costruito attorno a essa una capitale prospera e aveva legiferato con giustizia, creando e addestrando personalmente un esercito. Aveva combattuto in prima linea contro i Junkers quando avevano tentato di conquistare l’isola e secondo molti fu solo grazie alla sua guida che la stessa ne era uscita vittoriosa. Tuttavia, a causa delle ferite riportate, Rex si era ammalato. Aveva resistito tre anni prima di morire. Dopodiché, Clocks era passata sotto la guida di Regis Hammond, suo figlio. E tutto si poteva dire di Regis, fuorché che avesse preso dal padre.

Attanagliato dalla paura per la propria vita, il grasso ometto se ne stava rintanato all’interno della sala dei tesori, con la porta sbarrata e le grida della sua gente chiuse fuori dalle finestre.

«Calma, adesso vanno via. Calma, calma!» ripeteva in preda all’agitazione, quando d’un tratto una delle finestre si ruppe. Jack aveva fatto irruzione lanciandosi con una corda dal piano superiore e Rob lo aveva seguito, calandosi in maniera più gentile.

«Non ci credo, sono entrato qui esattamente nello stesso modo» esclamò Jack, con una mano sul volto. «Ho capito che le guardie sono occupate coi Junkers e tutto il resto, ma così me la rendete fin troppo facile.»

Regis tirò fuori un grosso revolver dalla cinta e cominciò ad agitarlo freneticamente contro i due invasori.

«C-chi siete?» balbettò. «S-state lontani!»

«Oh, ma quella è una pistola a tamburo» esclamò Jack indicando l’arma. «È anche in ottimo stato. Scommetto che a Will piacerebbe un casino.»

«State lontani, ho detto!» gridò il reggente, in preda al panico. Agitandosi, mostrò un particolare pendaglio argentato a forma di stella che portava al collo. Non appena lo vide, Jack lo indicò sorridendo.

«Immagino che quello te l’abbia lasciato tuo padre prima di morire» esclamò. «Mi spiace Regis, ma adesso serve a me.»

Il volto del reggente si incupì. Sembrava sul punto di far fuoco. Jack fece un passo indietro, Rob uno in avanti, pronto ad attaccare con la spada. All’improvviso, la porta della sala si schiantò al suolo e la stanza fu invasa da una miriade di Junkers. A capo del gruppo di pirati si ergeva una losca figura, dalla barba folta e con una benda sull’occhio. L’uomo incrociò lo sguardo di Jack e con un cenno della sua mano fermò l’avanzata dei suoi uomini.

«Ma guarda un po’ chi abbiamo qui» disse, con tono inquisitorio: «Edward Jackson, ancora intento a sprecare il prezioso ossigeno che gli dei del mare gli hanno donato.»

«Capitan Edward Jackson, prego» precisò Jack. E poi continuò: «Sbaglio o hai messo su qualche chilo, Ragh?»

«Trovi? In effetti non saccheggio più come un tempo.»

I due si scrutarono per un attimo, poi Jack si avventò rapido sul reggente, si impossessò della sua pistola e la puntò contro Ragh.

«Non mi definirei proprio un benefattore» esclamò soddisfatto, «ma oggi farò un favore a tutta l’umanità.»

Premé il grilletto, ma la pistola non sparò. Lo premé ancora e ancora, ma senza risultato. Aprì quindi il tamburo e vide che non c’era l’ombra di un proiettile.

«Che diamine!» esclamò rivolto a Regis, visibilmente imbarazzato.

Ragh colse l’occasione, estrasse la grossa sciabola che portava alla cinta e si lanciò contro Jack. Tra i due si frappose Rob, che incrociò la sua lama con quella del capo dei Junkers.

«Meglio tagliare la corda» disse l’abile spadaccino. E Jack si trovò d’accordo. Afferrò il pendaglio a forma di stella e lo strappò dal collo di Regis, per poi saltar fuori dalla finestra da cui era entrato. Rob sbalzò via Ragh con un rapido fendente e lo seguì. La corda legata al piano superiore arrivava fin quasi a terra, così i due si calarono rapidamente e si allontanarono dal palazzo. Jack avrebbe voluto dirigersi al porto, ma Rob lo fermò.

«Verso la montagna, presto» disse, e il compagno lo seguì.

Ben presto i Junkers li raggiunsero e i due furono costretti a risalire la montagna attraversando uno stretto percorso tra le rocce, che li condusse dinanzi a una grossa voragine.

«Fine della corsa» esclamò Jack, mentre i Junkers si avvicinavano.

«Non direi» rispose Rob, indicando in alto. «Il nostro trasporto è puntuale come sempre.»

Jack alzò lo sguardo e vide la snella figura di una donna agganciata a un grosso aliante, in volo verso di loro.

«Saltate giù» gridò lei, e i due si sporsero verso la voragine. Attesero qualche istante, calcolarono bene i tempi e infine saltarono, proprio un attimo prima che un Junker fosse loro addosso. Con tempismo perfetto, afferrarono l’asta dell’aliante e planarono sulla valle sottostante.

«Bonnie, mia cara» disse Jack, sorridendo. «È sempre un piacere farsi salvare da te.»

«Serata movimentata, eh capitano?» rispose la giovane dai capelli rossi.

«Eppure proficua come poche. La nave?»

«Will e Jamie l’hanno ormeggiata a largo, lontano da occhi indiscreti.»

«Bene, riuniamoci a loro e partiamo. La meta non è mai stata così vicina.»

Mentre i tre sorvolavano Clocks, ormai messa a ferro e fuoco dai Junkers, Ragh Black se ne stava a osservarli dal palazzo del reggente, con Regis ai suoi piedi, incatenato e in lacrime. Aveva posto rimedio all’umiliante sconfitta subita sette anni prima. Aveva conquistato l’isola più grande e ricca delle quattro. Aveva ottenuto risorse, tesori e tecnologie che nessun altro al mondo poteva vantare. Eppure, ciò che davvero gli interessava stava volando via sotto i suoi occhi, nelle tasche di quel giovane capitano pirata di nome Edward Jackson.

«Vola pure via, ragazzo» sogghignò. «Alla fine sarò io a trovare Haven!»

J. Runner

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