Norwegian wood – Murakami H.

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Questa mia non potrà essere una vera e propria recensione, poiché purtroppo oggi non ho il tempo necessario per dilungarmi nel parlare di trama e tecniche come invece vorrei. Perché non aspettare di aver un pomeriggio libero?, direte voi.
No, non ce la faccio. Ne voglio parlare ora.

Stanotte ho finalmente terminato Norwegian Wood, un altro romanzo di Murakami Haruki. Il romanzo è datato 1987 ed è stato scritto dall’autore – rispettivamente – tra la Grecia e l’Italia, prima in Sicilia e poi a Roma. Nel senso più romantico del termine, mi fa arrossire l’idea che alcune delle frasi più belle che io abbia letto in quest’opera possano essere state concepite a pochi passi di distanza da dove sono ora.

A far germogliare la storia è stato il racconto Hotaru (“Lucciole”), del 1982. 

La storia è incentrata sulla vita – raccontata in un flashback – di Toru Watanabe, studente appassionato di musica e letteratura che assiste ai moti rivoluzionari figli del ’68 e a quelli del proprio cuore, dal collegio a cui è iscritto. Personalmente, oltre il romanzo, mi è parso di leggere un saggio soggettivo dell’autore che, dolorosamente, tenta di dare una risposta all’eterno e ben noto dilemma della tensione tra amore e morte, nel senso tanto esistenziale quanto psicoanalitico. 

I personaggi, più vicini a Toru, che scelgono di togliersi la vita, non sanno di portar via con loro un “pezzo” di chi li ha amati e continua ad amarli. Un fatto inevitabile, e che pone tanto Toru quanto qualsiasi altro essere umano dinanzi a una scelta: la vita, o la morte?

In Murakami, l’allusione a una realtà doppia, specchio della realtà dei vivi, è sempre presente nei suoi scritti. Dopo aver letto Kafka sulla spiaggia, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Sonno Nel segno della pecora credo di poterne parlare a buon merito. La crisi spirituale dell’uomo, le sue debolezze, e la nostalgia per sentimenti ideali quali l’amore e l’amicizia fungono da ponte per questa dimensione in cui, contro ogni aspettativa, ci è concesso arrivare di nostra iniziativa. E’ un mondo nel mondo, non un “altrove” ostacolato da paletti o condizioni d’origine divina: è il corpo che congeda l’anima nel momento in cui questa diviene incompleta, poiché un’altra anima ne ha inevitabilmente sottratto un pezzo ed è andata oltre lasciando l’individuo in uno stato di incompletezza, squilibrio e disorientamento.

Quando ho iniziato a leggere Norwegian Wood, dopo poche pagine, mi sono accorta che il punto della questione era una storia d’amore tormentata (Murakami è l’unico autore per cui non leggo la trama, prima di leggere un suo libro – c’è decisamente più sfizio!). Stavo per mollare, ma la sua prosa e le sue riflessioni mi hanno condotta fino all’ultima pagina senza il minimo sforzo. Sono arrivata con gli occhi gonfi per il sonno sino alle 2:00 del mattino, pur di completarlo. Credo di capire perché, alla sua uscita, sia stato un caso letterario: Norwegian Wood è incredibilmente personale, e sottilmente spaventoso. Non è da tutti sapersi mettere a nudo e saper mettere a nudo irrealtà inquietanti.

Sebbene per me sia Kafka sulla spiaggia a rimanere IL capolavoro incontrastato, vi consiglio di leggere questo romanzo. Se amate leggere e vi piacciono i Beatles, vi farà sorridere il collegamento dell’omonima canzone riportate nel titolo con il cuore della vicenda.

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Informazioni su Daniela Apparente

Writer, reader, gamer, traveler, eater.
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