Millie Town

Barattereste chi siete per un’esistenza priva di paura?

E in fondo, ce l’avreste il coraggio di vivere la vostra vita senza provarla, la paura?

Domande prive di nesso logico e di logica stessa, mi ripetevo. Eppure ne avvertivo la consistenza, ed era da tempo che una cosa del genere non mi capitava. Le sentivo fremere nel cervello e battere contro le tempie come pugili infuriati; bruciavano giù nella gola e sino in fondo all’anima, più del bicchiere di whisky che mi stavo concedendo come mio solito, al calare del sipario su un giorno qualunque della mia vita. Forse era proprio l’alcol, maledizione, ma stentavo a comprendere i miei stessi pensieri: stavo delirando o avevo degli indizi reali, a un palmo dal naso?
Sarebbe stato umanamente giusto se l’unico rebus degno del mio interesse fosse stato la mia vita, la mia infelicità. E invece mi accanivo su qualcosa che – ero stato avvertito – mi avrebbe fatto persino perdere l’unica cosa che abbia mai amato: il mio lavoro.
-Scava, scava, scava!- mi aveva gridato contro il Direttore, proprio quel mattino. Era diventato paonazzo e le guance gli si erano gonfiate come pomodori biologicamente modificati sul punto d’esplodere.
-Quando sarai arrivato alle ossa e ai vermi, cosa ne avrai guadagnato?!
Ossa e vermi, dopotutto.
-Il mio ruolo è proprio questo- mi riscoprii a dire, fissando la legna morire impietosamente tra le fiamme del camino: -Scavare in profondità tra i vermi e la terra, fino a spellare le mani.
L’affascinante differenza tra me e la maggior parte della gente che mi circondava era che io non avevo paura. In maniera quanto più generica possibile. Sarà per l’apatia da cui ero stato affetto sin da giovane, sarà perché mi mancava qualche rotella. Nonostante ciò, sapevo quanto fosse importante; ne riconoscevo il valore, e forse per questo avevo sempre amato i romanzi dell’orrore. E per questo stentavo a comprendere il comportamento delle persone, che avevano paura di aver paura.

 

Millie Town era sempre grigia, anche quando brillava il sole. Ed era per l’espressione sui non-volti dei miei concittadini, oramai ne ero certo. Vittime di una dolce e serena apatia che consentiva loro di vivere a velocità sostenuta sui binari, in modo da godere del viaggio alla giusta velocità. Una velocità tale da consentire la vista del paesaggio nell’insieme, come uno splendido dipinto esposto in un museo; e non del buco nella tela, nell’angolo buio esterno alla prospettiva.
Tutto sommato anche io ero sui miei binari e godevo dei frutti generati dalla mia efficienza, ma la mia apatia era tutt’altro che serena. Altro che dolcezza! Avevo spento la televisione, smesso di andare al Bar e iniziato a farmi delle domande. E tutto per colpa di Ray Montag.
Appoggiai il bicchiere di vetro sul tappeto e mi sforzai di tirar fuori da una tasca un pezzetto di carta, mugugnando. Eccolo: sottile come un biglietto della fortuna, di quelli che si trovano nei biscotti cinesi. Intriso d’inchiostro sbiadito, tendente al violaceo. Parte tumefatta di un arto, strappato in fretta da quello che somigliava al Taccuino del Buon Giornalista; anche io ne avevo uno, il mio. Il primo veniva regalato dall’Unico Giornale dopo i primi sei mesi di praticantato, per poi rinnovare il dono al compleanno di ogni dipendente.

“Sam va, resta il guscio”

Sam. Chi o cos’era “Sam”? E perché quel diavolo di Ray era scomparso subito dopo avermi passato quel tassello sottobanco, in redazione?
Il Direttore e il resto dei miei colleghi s’erano rassegnati molto in fretta alla sua assenza, a nessuno pareva importare. Nessuno che ne fosse anche solo incuriosito. Nessun annuncio di dimissioni o licenziamento. E perché me ne stupivo? In passato neppure io mi sarei interessato della scomparsa di un collega; al massimo sarei stato scosso da una sparizione del Direttore, che provvedeva al mio stipendio, che a sua volta provvedeva all’alcol. Invece, a svanire nel nulla era stato un mio collega. Uno che faceva il mio stesso lavoro. Pensandoci, uno dei pochi simpatici con cui avessi scambiato qualche parola priva d’impegno. E nessuno ne parlava, a nessuno importava. Solo a me, che l’avevo visto in faccia. Solo a me, cui aveva affidato un biglietto della sfortuna.
Già, sfortuna. Perché era questo che ci avevano sempre insegnato a scuola le maestre: il dubbio genera la domanda. E se la risposta non c’è, il silenzio determina una scelta.
Ora che ero un adulto, un trentenne con la barba di un vecchio marinaio, non riuscivo più a vederla come una stupida filastrocca.

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Nota: il brano appena letto appartiene a un racconto con cui intendo partecipare a un concorso letterario. Vi invito perciò a commentare per farmi conoscere il vostro parere: questo racconto vi incuriosisce? O vi attrae di più una falena impigliata in una zanzariera?

“Il lettore può essere considerato come il personaggio principale di un romanzo, al pari dell’autore, senza di lui, non si fa niente.” – Elsa Triolet, La Mise en mots, 1969
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Informazioni su Daniela Apparente

Writer, reader, gamer, traveler, eater.
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