Location CoIn: Dublino

“In Dublin next arrived,
I thought it such a pity,
To be so soon deprived,
A view of that fine city.”
The rocky road to Dublin, D.K. Gavan – H. Clifton

dublin

Il suo nome originario era Baile Átha Cliath, letteralmente “città del guado della staccionata”. Poi fu nota come Dubh Linn, “stagno nero”. Oggi, Dublino è il centro della cultura per eccellenza in Irlanda. E Gloria e gli altri personaggi di CoIn passano persino di qui, trascorrendo le giornate in città e la notte nel Galway. Il cuore, però, lo lasciano in un unico posto: nel quartiere di Temple Bar!

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“Buona musica, buon cibo e buona compagnia: questi i tre imperativi di Temple Bar.”

L’area si sviluppa a sud del fiume Liffey – che no, purtroppo non è fatto di birra – ed è costellata di vita: negozi, gallerie d’arte, artisti di strada – con nulla da invidiare alle star trasmesse in radio – , bar, pub e birra. Birra ovunque. Dopotutto, a troneggiare sul quartiere e sull’intera città c’è la Guinness Storehouse, coi suoi otto piani di malto e luppolo pronta a ubriacarci tutti.
Sono stata a Dublino l’anno scorso, e posso dirvi una cosa: Temple Bar è allegria, pura e genuina. La gente ride con gli amici e i forestieri, si mangia di tutto tutti insieme e si canta fino a farsi venire la voce roca. Ci si tende la mano, si condividono momenti difficilmente simili ad altri.

Temple Bar è unione. Proprio quel che accade nell’appartamento di Perrin’s Lane, tra Gloria e gli altri coinquilini. I suoi amici. Si canta assieme, sempre. E non si stona mai.

“Durante il volo dormimmo tutti. Precisiamo: tutti tranne Johan, che se ne rimase con la tipica busta marrone per il vomito schiacciata in faccia. Noialtri eravamo così fortunatamente stanchi da riuscire a ignorare i suoi conati; roba da Oscar, avrebbe potuto doppiare gli zombie di ‘The walking dead’. Così, continuavamo a ronfare beatamente in posizioni scomposte. Ellie mi aveva infilato la testa nell’incavo del collo e appoggiato la coscia su un braccio; in cambio, io le avevo sbavato addosso. È il mio marchio di fabbrica. Intanto con una mano serravo il polso di Andrea, tipo effetto post mortem, mentre lei riposava a cosce aperte sulla parte più bassa del sediolino. Meno male che aveva i jeans e non la minigonna della sera prima, quando Johan era tornato con delle bottiglie di vino rosso “prese in prestito” dal ristornate dove lavorava. Inutile dirvi la fine che avevamo fatto, giusto? Delirio totale. Dopo qualche bicchiere, persino Aiguo aveva tentato di chiudersi nella propria valigia; con la solita compostezza di sempre, naturalmente. Ora lui e Ethan riposavano sui sedili alle nostre spalle a bocca spalancata, russando, ignari di quello che Johan avrebbe potuto riversargli addosso.”

The Rocky Road to Dublin – “Colazione Internazionale”

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Informazioni su Daniela Apparente

Writer, reader, gamer, traveler, eater.
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