Pink Floyd

C’è un punto, a Southampton, molto probabilmente ai margini della banchina portuale, dove non sono mai stata. Eppure ogni volta che ci penso mi sembra di rivedere la stessa scena: una giovane donna, col volto segnato dalla stanchezza, che fissa l’orizzonte oltre cui scompaiono gli uomini della sua vita.
No, non è l’inizio di un romanzo: è la trama – parafrasata – di Southampton Dock, canzone dei Pink Floyd tratta dall’album del 1983, “The Final Cut“.

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La musica del gruppo di Londra fa da colonna sonora in diversi momenti della storia di CoIn. C’è Wish You Were Here (tratto dall’omonimo album del ’75), come sottofondo a un paio di birre a notte fonda; e poi, c’è la già citata Southampton Dock, proprio quando la protagonista si trova a Southampton quasi nella stessa posizione della donna della canzone. Per quanto apparentemente semplice, a mio giudizio si tratta di una composizione molto particolare. A darle vita – così come a occuparsi dell’intero album – è Roger Waters: voce, basso e chitarra acustica, approfitta dell’assenza di Richard Wrights per incentrare l’intero album su un unico tema, quello del rifiuto della guerra. Il rock progressivo dei brani ci scaraventa ai tempi delle Falkland e celebra la memoria di Eric Fletcher Waters, padre del musicista morto ad Anzio durante la II Guerra Mondiale.

Ascoltare quest’album genera un tipo d’intimità difficilmente sperimentabile altrimenti. E’ quasi come ascoltare un vecchio nastro ritrovato in soffitta, dentro un baule, registrato da un amico che non sapevamo di avere ma che ha sempre desiderato confidarsi con noi. E’ dolce, è nostalgico, a tratti deprimente, ma originale.

The final cut” non sarà stato l’album per eccellenza dei Pink Floyd, ma io lo trovo comunque stupendo. E tremo, quando alla fine di Southampton Dock si allaccia la title track: The Final Cut. Protagonista indiscusso è l’essere umano in equilibrio precario tra sogno e realtà, scisso tra volontà e debolezza. Waters sembra chiedersi se ci sia speranza anche per creature tanto fragili e confuse come noi. Siamo una razza che sa ben parlare di guerra; ma una volta scesi sul campo di battaglia, ci accorgiamo immediatamente dell’errore. E lo sbaglio più grande, sta nel non riuscire ad ammetterlo.

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